Se il futuro degli Usa passa da Cuba

In lizza per la Casa Bianca ci sono due candidati figli di fuggiaschi anticomunisti cubani, cresciuti nel culto dell'identità americana

«Pilota, portami all'Avana». Fra il 1968 e il 1973 migliaia di americani dirottarono aerei di linea per atterrare nella Cuba di Fidel Castro. Per lo più erano autentici marxisti cresciuti in un'America oggi dimenticata, legata al comunismo sovietico. Il Partito comunista degli Stati Uniti fu popolarissimo negli anni Trenta e Quaranta presso gli intellettuali fino alla brusca repressione del senatore Joseph McCarthy, come racconta magnificamente Philip Roth in «Ho sposato un comunista». Tutto cominciò quando migliaia di americani andarono volontari nella guerra civile spagnola sotto le bandiere della «Lincoln Brigade», una delle formazioni di osservanza sovietica controllate da «Ercoli», il futuro segretario del Pci Palmiro Togliatti. Una gran parte di quei combattenti cresciuti nella disciplina stalinista fu poi arruolata durante la guerra nella prima agenzia di spionaggio americano, l'Office of Strategic Services, che poi diventò la Cia, per anni un colabrodo di agenti doppi legati all'Nkvd, padre del Kgb. Non si tratta soltanto di un intrigo di spie (vedi la serie televisiva «The Americans») ma della radice ancora viva dell'antiamericanismo americano. La storia però cova le sue vendette: oggi sono in lizza per la Casa Bianca due candidati figli di fuggiaschi anticomunisti cubani, Ted Cruz e Marco Rubio, cresciuti nel culto dell'identità americana. Uno di loro probabilmente dirà: «Pilota, portami a Washington».