Se il James «indignato» è il più divertente

Mistero della letteratura e dei suoi lettori: tutti conoscono Henry James per Il giro di vite , un libro ingessatissimo reputato anche dalla critica un capolavoro, che invece non regge il confronto con il suo Ritratto di signora , la versione anglosassone di Emma Bovary e di Anna Karenina, perché le donne sono sempre state grandissime fonti di ispirazioni narrative. Non più le muse platoniche di Dante e Petrarca, né le femmes fatales del romanticismo, ma delle grandissime rompipalle viziate. Molto affascinanti, comunque, certo più delle femmine femministe di oggi, infatti a nessuno verrebbe mai in mente di rendere protagonista di un romanzo Laura Boldrini o Lidia Ravera, e quanto alle autrici basti vedere come scrive Michela Murgia. Meno ancora di James si conosce Indignazione , appena riportato in libreria da Fazi editore e ultimo romanzo pubblicato da James prima di morire, nel 1916.

Nato come opera teatrale, è pieno di lady capricciosissime anche questo, perché come si dice dietro un grande un uomo c'è sempre una grande donna, in genere una grande stronza che lentamente lo distrugge. Qui si racconta la storia di un ricco signore inglese in decadenza, Lord Theign, costretto a vendere i suoi quadri più importanti per far fronte ai debiti di gioco della figlia Kitty. Brillante e noiosetta come tutte le opere di James, sospesa tra il wit dei dialoghi e lo sleep delle descrizioni, è in sostanza una bella commedia di conversazione e di aristocratici intrighi per l'accaparramento del prezioso dipinto da parte del milionario americano Breckenbridge Bender, faccenda che diventerà un caso di pubblico dominio e ispirata a un episodio di cronaca reale: quando il duca di Norfolk, nel 1909, decise di vendere un famoso dipinto esposto alla National Gallery, apriti cielo, sollevati popolo e orgoglio nazionale.

È una presa di posizione di James su quello che era chiamato art drain : ricchi americani venivano in Europa a saccheggiarne le opere e portarle oltreoceano. Saccheggio per modo di dire, le pagavano e a suon di dollari. D'altra parte è bene ricordare che gli europei hanno sempre avuto la propensione al vittimismo, inclusi inglesi e francesi, ma l'arte contemporanea viene riconosciuta e sponsorizzata proprio dai galleristi statunitensi, e New York diventa nel Novecento ciò che Parigi era nell'Ottocento, qui facevano schifo perfino i grattacieli di Mies Van Der Rohe, e anche nell'Ottocento a Monet e Van Gogh i raffinati francesi preferivano i quadri di Boldini. Senza i collezionisti americani chissà perfino che cosa avrebbero fatto geni come Duchamp, Kandinskij, Klee, mentre noi eravamo impegnati a scannarci in due guerre mondiali, da cui siamo usciti anche lì grazie all'intervento statunitense, per non parlare del Piano Marshall: a prendere soldi siamo sempre stati bravi, a lagnarcene dopo averli presi anche. In ogni caso, quanto al drenaggio delle opere d'arte, gli inglesi forse avevano ragione a lagnarsene (fino a un certo punto, in passato hanno fatto lo stesso loro con i nostri dipinti), meno gli italiani, tanto nel secolo scorso quanto oggi, visto come teniamo il patrimonio artistico. Ne capiamo talmente di arte che abbiamo affidato il Maxxi a Giovanna Melandri, e infatti mostre memorabili non ce ne sono mai state. E poi, siete mai stati in un museo americano? Per quanto mi riguarda meglio un Leonardo al Metropolitan, dove non ci sono file puzzone e neppure si paga il biglietto ma si lascia un'offerta, che agli Uffizi, tanto a vederlo non ci sono mai andati gli italiani.