Il senso della Pasqua tra agnellini e terrore

La promessa di Cristo (a cui non credevano neppure gli apostolo) dà speranza

La Pasqua è la festa delle feste per i cristiani (in verità lo è anche per gli ebrei osservanti, ma per motivi diversi). Più del Natale. E per il semplice motivo che a nascere sono buoni tutti, a risorgere un po' meno. Anzi, che si sappia, c'è riuscito solo uno in tutta la storia: Gesù Cristo.

Infatti, il giorno della festa pasquale gli ortodossi dell'Est si salutano così: «Cristo è risorto», a cui si risponde «Sì, è veramente risorto». Risorto. Cioè, morto ammazzato e poi di nuovo vivo, non più ferito e tumefatto ma vispo e bellissimo. Ma ci pensate? Questo significa (e il credente crede) che toccherà anche a noi così. Sì, perché secondo la tradizione cristiana, Cristo è il Prototipo, il modello a cui Dio Creatore si è ispirato per fare la razza umana a Sua immagine e somiglianza. Perciò, se è risorto Lui, risorgeremo anche noi. Come? Boh. Però un'antica tradizione cattolica parla del «corpo glorioso», che significa che in Paradiso tutti avremo l'«età di Cristo». Cioè, quella che Lui aveva quando è risorto. Be', forse non tutti avremo esattamente trentatré anni, ma sicuramente saremo giovani e belli, e tutto questo sarà per sempre. Certo, in tempi «laici» tutto questo farà sorridere o sogghignare - qualcuno. Tuttavia anche ai tempi di Blaise Pascal (che lo ricordo, era un matematico) c'erano quelli che sorridevano e sogghignavano; ma lui, che di logica aveva da vendere, li inchiodava con questo semplice ragionamento: cos'è più miracoloso, uno che non esisteva e adesso esiste, o uno che è già esistito e torna semplicemente ad esistere? La nascita, insomma, è un miracolo, ma siccome è frequente, non la consideriamo tale. E neghiamo il miracolo della resurrezione solo perché non avviene con la stessa frequenza. Un evento può essere negato solo perché raro o addirittura unico? Pascal, in effetti, faceva esercizi di logica, ma non era così ingenuo da non rendersi conto della difficoltà di credere alla resurrezione, perché, se non la logica, almeno la statistica insegna che quando uno è morto non torna più.

Non ci credevano gli stessi Apostoli, quantunque, in tre anni, di miracoli ne avessero visti. E anche miracoli di resurrezione, come quelli del figlio della vedova di Nain e della figlia di Giairo («Thalità, kumi!»). No, ciò in cui non credevano proprio era l'autoresurrezione, uno che torna in vita di sua propria volontà e non per comando di qualche mago o Messia. E ogni volta che Cristo glielo diceva, assentivano, sì, per rispetto, ma tra di loro, appena il Messia girava lo sguardo, «si chiedevano che cosa volesse dire risorgere dai morti». Pensiamo a Tommaso il Gemello («Dìdimo»): era una settimana che gli dicevano che Quello era risorto, ormai l'avevano visto tutti e più volte.

Macché. Certo, non era facile riconoscere, lì per lì, uno che tutti hanno visto agonizzare e poi reclinare definitivamente il capo. Anche perché a certuni si presentava come un giardiniere (alla Maddalena, che lo riconosce solo quando la chiama per nome), ad altri come un viandante (i discepoli di Emmaus, che conversano con lui per ore e chilometri senza accorgersi che è Lui), ad altri ancora come un passante nella bruma sulla sponda del lago di Tiberiade. Tommaso, infatti, non dà retta a nessuno e vuole vedere e toccare - con mano. E che cosa vuol toccare? I buchi dei chiodi e del colpo di lancia, così sarà sicuro che si tratta proprio di Lui. Accontentato. Dovrebbero essere soddisfatti, tramite Tommaso il cocciuto, tutti gli scettici dopo di lui. Ma sappiamo che non è così. Eppure, gente che ci crede, fino al punto di giocarcisi la vita, ce n'è ancora oggi. I copti d'Egitto, per esempio, che affollano le liturgie pasquali pur sapendo di essere nel mirino dei terroristi islamici. E giù morti ammazzati, ma fa niente: l'indomani le chiese di Pasqua sono più piene di prima. Sulla parola di Chi aveva predetto: «Anzi, chi vi uccide crederà di rendere gloria a Dio».

Oggi questa profezia si avvera in pieno negli shahid che si fanno esplodere a maggior gloria di Allah in mezzo ai nazir, i seguaci del Risorto. A noi, poveri italiani, fanno più pena gli agnellini dal musetto tenero, e miniamo un caposaldo della Pasqua che ci affratella agli ebrei: l'agnello. Questa è la «strage pasquale» che ci commuove. Preferiamo la colomba (eretta, chissà perché, a simbolo pasquale) e le uova di cioccolata. Contenti (come pasque) noi...

Commenti

gf43

Sab, 15/04/2017 - 11:15

che stupidaggine quel 'miniamo un caposaldo della Pasqua che ci affratella agli ebrei: l'agnello?. Che spiritualità nell'abbuffarsi di carne di agnello, certo anche uova di cioccolato e colombe non sono gran che, ma almeno sono una testimonianza di festa senza essere incruente.

gf43

Sab, 15/04/2017 - 11:16

pardon, cruente!