Da "solerte" a "denigrare" le parole in via d'estinzione

Chi ha bòria, solitamente è un tipo solerte nel denigrare, chi è insigne, invece, corrobora. Così è, anche se non ci pare, se non è detto con i dovuti modi correnti che a orecchio e a naso suonerebbero più o meno così: «'sto stronzo ce l'ha su con me» e «quel figo (o, a fortiori per i maschi, quella figa) spacca». La lingua è come l'archeologia, si sviluppa per strati sovrapposti, e il bello è che più scendi nel profondo, cioè più vai a ritroso nella storia, e più ti avvicini al senso, a dispetto della tua sensazione di allontanartene, di perdere il contatto con la realtà. Al contrario, se, nel timore di perdere il contatto con la realtà si perdono, o, peggio, si buttano via come fossero zavorre, le parole che servono a descriverla, quella benedetta realtà, arriverà presto il giorno in cui torneremo a «parlare» tramite grugniti, rutti e peti, come probabilmente facevano i nostri antichi progenitori nel buio delle caverne. È lodevole, quindi, l'iniziativa dell'insigne casa editrice Zanichelli volta a corroborare la conoscenza della lingua italiana, facendo da contraltare e da contrappeso all'insopportabile bòria di chi è solerte nel denigrarla.

Dunque che cosa fa la Zanichelli? «Dà inizio in questi giorni a una campagna di sensibilizzazione sulla lingua, italiana e straniera che porta direttamente sui marciapiedi, in forma di graffiti urbani, occasioni di riflessione sulle nostre capacità di espressione», leggiamo in un lancio di stampa scritto in un italiano fra la circolare ministeriale e il manifesto da centro sociale. In altri termini: con vernice non indelebile si scrivono per strada (non sui palazzi, badate bene, cari ragazzini tutti frizzi, lazzi e sprayazzi, ma per strada, sul manto stradale, proprio, dove passano le macchine, per intenderci) alcune parole che stanno per estinguersi, per morire, sperando che (ri)entrino nella testa di chi le legge. Per esempio, parole come quelle che abbiamo usato all'inizio di questo articolo per piegarle alle nostre esigenze. «Bòria» deriva da «borea», il vento di tramontana, che notoriamente fa danni. «Solerte» deriva da «sollus», tutto, e «artis», arte, quindi vale a dire «capace di tutto». «Denigrare» proviene dal tardo latino (occhio perché qui entriamo eccome nella realtà, e anche nella cronaca, nera o grigia) «denigrâre», cioè «tingere di nero». «Insigne» non è un omaggio al fantasista partenopeo Lorenzo, bensì viene da «signum», segno, contrassegnato da un segno, riconoscibile. «Corroborare» è «cum» più «roborare», irrobustire. L'iniziativa della Zanichelli, ovviamente, non poteva che a sua volta andare sotto un signum, alias hashtag, il segno dei tempi: #laculturasifastrada. Quelle citate sono soltanto cinque voci scelte fra le 3.125 riportate dallo Zingarelli. A scanso di equivoci occorre precisare che «zingarelli» non vale qui come il semplice plurale di zingarello, diminutivo di zingaro, termine che nello strato più profondo della suddetta archeologia linguistica significa «intoccabile»...

Non c'è niente da fare, non c'è slang, modo di dire, corruzione, anglismo o francesismo che tenga. Le parole sono tutte parole sante, nel senso che sanno fare miracoli e poi rischiano puntualmente il martirio. Per questo bisogna difenderle tutte, anche senza scivolare nell'agiografia. Non costa niente e serve a molto.