Come sopravvivere al rito voodoo di Sanremo

Un secolo fa, mentre Pablo Picasso a Roma dipingeva L'Italienne e il suo primo Arlecchino, la Regia polizia a cavallo sedava a sciabola piatta gli scontri di piazza tra i fan di Igor Stravinskij e quelli di Claude Debussy. Picasso e Jean Cocteau preparavano le scene di opere cubiste destinate ai teatri parigini bruciando sfrenatamente le loro vite con i futuristi italiani.

Cent'anni dopo, oggi, l'intera esistenza di una nazione è stata sequestrata dai riti obbligatori e provincialmente voodoo del Festival di Sanremo, mentre accademici spudorati sostengono in totale malafede che mai come oggi la lingua italiana è stata tanto rigogliosa ed anzi eccellente. Il conformismo è ormai una divisa obbligatoria e nessuno osa dire che l'annuale evento monstre è una bufala, che le canzoni - salvo una ventina in mezzo secolo - sono ignobili, posticce, banali e spietatamente cretine; e che una minoranza etnica di perseguitati alla macchia fra cui chi scrive, ha vissuto le giornate del pogrom nazionalpopolare come i protagonisti del Rinoceronte di Eugène Ionesco, barricati in cantina mentre fuori tutti barriscono senza pudore e pretendono anzi che il barrito sia riconosciuto come inno nazionale. Noi della minoranza etnica siamo sopravvissuti in questi giorni terribili nell'ombra, guardando vecchi film e ascoltando buona musica, mentre l'idiozia incollava i singoli individui in un unico hamburger sullo sfarzoscenico nel Gran Casinò.

Commenti

mich123

Sab, 11/02/2017 - 19:42

Dieci milioni di spettatori non possono sbagliare. Siamo noi le "bad machine".