Un sorriso come movente Stefano ucciso per la felicità

I tedeschi, che di anime tormentate se ne intendono (e anche di parole complicate, se è per questo), chiamano Schadenfreude quel moto dell'anima che ci porta a gioire delle disgrazie altrui anche quando in tasca non ce ne viene niente. E che, per inesorabile effetto-specchio, ci induce a malsopportare la altrettanto altrui gioia. Potremmo chiamarla semplicemente invidia ma sbaglieremmo: è qualcosa di più sottile, un'infezione esistenziale, una sieronegatività che smagrisce i nostri sentimenti, abbassa le nostre difese immunitarie alla rabbia, ci rende dei monatti della cattiveria. Avviso alla popolazione: io sto male, è vietato a chiunque stare bene.

È quello che è accaduto a Torino. «L'ho ucciso perché quel giovane aveva un'aria felice», ha spiegato Said Machaouat, il ventisettenne (...)

(...) di origini marocchine che il 23 febbraio scorso ammazzò il trentaquattrenne Stefano Leo ai Murazzi, «divertimentificio» torinese. Doppio delitto e doppio castigo, un omicidio con l'aggravante dell'infelicità. Non sappiamo se davvero questa rabbia per la gioia di uno sconosciuto, letta su un volto magari reso allegro da un messaggio appena ricevuto, da un buonumore passeggero, da uno di quei venticelli tiepidi di ottimismo che ci perlustrano ogni tanto, sia davvero quella che ha spinto un ragazzo a giustiziarne un altro, due giovani posti dal caso a un capo e all'altro di una vicenda senza senso in un'età in cui esisterebbe un diritto costituzionale se non alla felicità quanto meno all'ottimismo. Se non è vera, questa faccenda, è però quanto meno verosimile. Viviamo in un'epoca in cui la rabbia è un esperanto aggressivo, e la felicità una colpa, al massimo un segreto da custodire con cura. Anche quella che indossa i panni temporanei di un sorriso.

Ecco che così il gesto sconclusionato di un reietto si staglia come un delitto epocale, come un gesto simbolico di un disincanto collettivo, di un cinismo inguaribile.

Un tempo, a Napoli, c'era il costume che nelle giornate di piccole fortune o di inconsuete allegrie si lasciasse pagato al bar un «caffè in sospeso» che qualsiasi spiantato potesse poi esigere a richiesta. Un modo per condividere la propria gioia con un prossimo sconosciuto. C'era, dietro questo gesto irrazionalmente estroverso compiuto nella più irrazionale delle città, la convinzione che la buona sorte vada accarezzata a favore di pelo, che lasciare una piccola fetta della torta a chi viene dopo sia un modo per propiziarsi nuove beneficiate e di non farsi guardare con cupidigia da chi ti attraversa la strada. Quello che ha compiuto Said - di cui conosciamo quel pezzo di faccia lasciato libero da un cappuccio e quel pezzo di anima lasciato libero dalla insania - è un gesto esattamente contrario: condividere l'infelicità con il primo che passa. Praticamente un assassinio in sospeso.

Andrea Cuomo