Un sospetto non fa dell'infermiera una killer

Quale sarebbe il movente della strage? Inesistente. Solo ipotesi

Fausta Bonino. Forse il nome dirà qualcosa ai lettori del Giornale. In caso contrario, provvedo a informarli. È l'infermiera dell'ospedale di Piombino sotto processo con l'accusa di aver stecchito 13 pazienti. Rischia l'ergastolo se sarà giudicata colpevole. Vedremo. Intanto, ci sia consentita qualche osservazione. Quale sarebbe il movente della strage? Inesistente. Solo ipotesi.

Ne cito un paio. La signora sarebbe alcolizzata, si afferma nelle carte. Ma non è vero. Una sera, parlando al telefono scherzosamente con una amica, lei fingeva di essere sbronza. La conversazione è stata registrata, da qui il sospetto che Bonino trincasse e, quindi, lavorasse in stato di ebbrezza. Se questa è una prova, io sono Garibaldi. Anche perché non risulta che un ubriaco diventi per forza un assassino seriale. Altra chiacchiera. L'infermiera - si mormora - soffriva di depressione. Una balla ulteriore. La donna era ed è - nonostante la detenzione - serena e volitiva. Mai stata col morale sotto i tacchi. Anzi, la sua vita famigliare era tutt'altro che tribolata: un figlio medico e specializzando in rianimazione, il marito chef a Parigi. Nessun problema economico, nessun litigio in casa. Non si segnalano neppure turbamenti amorosi.

E allora? Fausta Bonino è stata incastrata in base a una testimonianza da verificare. L'erede di una paziente dice che l'infermiera le ha praticato una iniezione dopo la quale è spirata. Un indizio, non c'è dubbio. Ma niente di più, visto che si ignorano le cause esatte della morte, che può essere avvenuta per cause naturali. È vero che nell'ospedale si sono registrati altri trapassi, ma come si fa a dire con certezza che sono stati provocati dall'imputata? Solo deduzioni deboli non suffragate da elementi probatori. Ciò non significa che l'operatrice sanitaria sia innocente, ma neppure un'omicida. Siamo di fronte a episodi misteriosi o avvenuti per motivi legati alla fisiologia? Va da sé che le persone molto anziane e affette da malattie siano soggette al rischio di andare all'altro mondo. L'esperienza insegna che più che vecchi non si può essere. Già. La vita purtroppo o per fortuna non è eterna. Ripetiamo.

Contro Fausta Bonino giocano fattori ambientali, pettegolezzi incontrollati, ciacole da corsia, piccoli (e consueti) diverbi tra colleghi trasformati probabilmente in odiosi sentimenti di ostilità nei confronti dell'infermiera. Ma da qui a giurare che la donna ha di sicuro sterminato tredici degenti ce ne corre. Per quel che serve, invitiamo i giudici alla massima prudenza. Non si castiga nessuno sulla scorta di maldicenze o elucubrazioni maligne. Servono prove consistenti per punire una signora che, peraltro, godeva di fama professionale eccellente. La magistratura, frattanto, ha ordinato la riesumazione di otto corpi. Si tratta di capire perché tanta gente abbia tirato le cuoia in circostanze poco chiare. In proposito, ci si chiede come mai i dirigenti e i medici dell'ospedale non siano intervenuti tempestivamente, dopo i primi decessi, allo scopo di comprenderne la scaturigine. Tredici cadaveri sono tanti. E meritavano analisi serie, subitanee e non tardive come, viceversa, è successo. Troppo facile ora prendersela con una signora che assisteva malati terminali e ridurla a capro espiatorio onde assolvere l'intera équipe sanitaria. Sentiamo puzzo di bruciato, ma siamo pronti a fare macchina indietro qualora emergano dati, nel corso del processo, che dimostrino la responsabilità dell'infermiera. Dati che finora non sono venuti alla luce. Vittorio Feltri