Sottovoce e con i conti a posto Spunta il Partito del governo

«Qualcuno vorrebbe finalmente fare fallire una banca in crisi per vedere l'effetto che fa». Ci sono stati giorni, non uno, tanti, sparpagliati sotto nuvole basse, che la tentazione di buttare conti e carte all'aria, scaricando il mal di fegato su quella faccia tosta da toscano di periferia, era così forte da farlo tremare. Poi si ricomponeva. Non è da gente come lui perdere il controllo, arrendersi, rinunciare al ruolo o al potere, quello che per modestia si fa passare per senso del dovere, perché l'ambizione non si sbandiera, si esercita. Pier Carlo Padoan per troppo tempo si è rassegnato al ruolo di parafulmine, quello dei conti che non tornano mai, delle tasse da piazzare e da nascondere, dell'Europa da non scontentare, con le ramanzine da Bruxelles e le scommesse elettorali di quello lì, del signor Renzi: «Io devo vincere il referendum, io devo vincere le elezioni, io devo vincere tutto». Sempre io, io, io e ogni io una sconfitta. Ecco, questo spiega perché si è arrivati a questo punto.

Padoan, accademico, economista, un passato al Fmi, ex dalemiano, per un fugace momento sedotto da Renzi, ministro tecnico degli ultimi due governi, attento a non confondersi con il Pd, in questo momento è il braccio forte di un partito «clandestino»: il partito del governo. È la risposta ancora sottaciuta al disordine che sta facendo perdere l'orientamento al Pd. È il paracadute per un ipotetico post Renzi. È l'unico freno a quello spirito d'avventura, (geniale intuizione dello storico Guglielmo Ferrero per interpretare i demoni della politica) che soffia su questi tempi. Ma il «partito del governo», che Padoan incarna molto di più di Gentiloni, è soprattutto «orgoglio».

Bisogna capirlo, Padoan. Mesi e mesi a fare il parafulmine, con il leader del partito di maggioranza che, strano caso di schizofrenia politica e istituzionale, intriga e sbuffa per far cadere il governo. Che roba è? Che senso ha? Ha un solo senso, votare, votare subito, per una ragione che non ha nulla di metafisico, il desiderio di rivincita e di vendetta di Renzi dopo il referendum perso e lo sfratto da Palazzo Chigi. È l'incarnazione più trasparente del potere per il potere. Non è una novità e forse l'unico pregio che mostra è di essere cosi trasparente e sfacciata. Solo che adesso Padoan ha smesso di incassare e parla, a suo modo, senza sfuriate, ma facendo capire come stanno le cose. Il governo fa la manovra correttiva e Matteo li sbertuccia, li insulta, lavora ai fianchi e prende le distanze. Il governo, a torto o a ragione, con la firma di Calenda, getta nella mischia il disegno di legge sulla concorrenza e Renzi lo sgonfia quasi per dispetto. Questo gioco va avanti ogni volta, sfibrante, perché Matteo non può ammazzare direttamente il governo, deve farlo cadere per esaurimento nervoso. Gentiloni e Padoan stanno cercando con un intervento disperato di salvare le banche venete, tema delicato per tutti i renziani, questione scomoda, dove in ogni caso paghi dazio, mentre Matteo fa sapere che su quella cosa lì non vuole metterci la faccia. Il suo nome non deve essere neppure nominato. Ci pensi Padoan a beccarsi gli insulti. Padoan che su questa storia finisce per perdere la credibilità anche in Europa. Renzi invece non c'è. Renzi non esiste. Renzi è troppo impegnato a perdere le elezioni città dopo città.

È qui che il ministro dell'economia ha rivendicato il suo orgoglio. L'ha fatto per lettera, sul Foglio, come per sfogarsi, per mettere agli atti quello che sta accadendo. Non parla di Renzi, non cerca lo scontro frontale e in realtà si rivolge a tutti i critici del governo. È una lettera lunga che serve a spiegare una scelta e, ancora, di più un fatto: il governo anche stavolta ci ha messo la faccia. Altri no, lui no. Padoan pensa che il governo si meriti un partito.

Vittorio Macioce