Suicida a 14 anni per dirci che il matrimonio è una cosa seria

Non aveva superato il trauma familiare. In Italia 30mila i bambini contesi

La quattordicenne di Catania con il suo suicidio ha acceso un faro che ci obbliga a una riflessione sulla leggerezza con la quale affrontiamo il matrimonio, in primis, e la sua fine. Le cause scatenanti il suicidio della ragazzina, non sono ancora chiare. Si presume che la separazione dei suoi genitori, avvenuta cinque anni fa, possa averla resa estremamente fragile. Non conosciamo la vicenda umana di questa famiglia e del suo naufragio nel mare magnum della dissoluzione di un matrimonio e del dramma che si porta dietro. Non entriamo, per rispetto, nei particolari della loro storia individuale. Ma la sua fine ci obbliga ad aprire gli occhi sulla dissoluzione di un Sì sempre più effimero.

Viviamo nella società del provvisorio, dove tutto è fine a se stesso e a noi stessi. L'estensione la troviamo nella richiesta accorata di nuovi diritti, che tengono conto solo del nostro egoismo. Ci sposiamo sapendo che il «per sempre» che pronunciamo non è una promessa d'amore presa in piena coscienza e da mantenere, ma una convenzione a scadenza. Quando ci stanchiamo delle responsabilità che ci siamo assunti possiamo mettere la parola fine in tempi sempre più ridotti. Sottovalutiamo la sofferenza provocata e la grandezza della famiglia, che ha perso la sua sacralità, il suo essere organo vitale della società e garanzia della sua sopravvivenza.

La famiglia diventa allargata o monogenitoriale. Oppure monosessuale, quindi sterile. Ecco che allora arrivano nuovi diritti: i figli, che sono la continuità di ognuno e di tutti, diventano oggetto. Possono essere dati in affido a coppie omosessuali che certamente li ameranno. Non possono, tuttavia, dare loro le fondamenta dell'Io, che si sviluppa grazie a un'asimmetria necessaria a entrare in contatto con l'Altro da Sé. Possono essere legalmente trattati come oggetti da contendersi, dove l'amore per loro viene vissuto a ore e il provvisorio governa anche le emozioni. Dove diventano come corde da allacciare al collo del coniuge da cui ci si separa, per fargli male, incuranti del dolore che infliggiamo loro. Di fatto gli unici diritti violati, in ogni caso, sono quelli di bambini e di adolescenti che crescono spezzati. Un genitore è lontano fisicamente, l'altro è lontano emotivamente. Entrambi attenti ai propri capricci o alla propria disperazione, sono sordi a quella dei figli. Separazione e divorzio - necessari specie dove l'odio prevale sull'amore - sono un dramma. Un lutto non riconosciuto come tale, perché conviene così. Il risultato sono migliaia di uomini e di donne più poveri, depressi e incapaci di ricostruire perfino se stessi; di figli che, stanchi di essere come corda da usare l'uno contro l'altro, la corda la prendono davvero. Per uccidersi nel silenzio assordante delle loro stanze, colme del vuoto provocato dalla disintegrazione familiare. Dalla mancanza di una base solida che li tenga a terra quando la vita, nella sua naturale provvisorietà, tende a sfuggire.

Barbara Benedettelli

Commenti

buri

Mar, 10/01/2017 - 17:09

povero ragazzo, aveva più buonsenso dei suoi genitori, come faranno a vivere quei due con il peso della morte del loro figlio sulla coscienza?