Terremoto, lo psicologo: "Così si supera il trauma"

La terra nel cratere ha tremato per quasi 3 volte ogni ora.Come superare il trauma? Ce lo spiega Fulvio Giardina, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi

147 giorni. Tanti ne sono passati dal 24 agosto 2016, terremoto ad Accumoli (Rieti), al 18 gennaio 2017, quando a tremare sono state Pizzoli e Cagnano Amiterno (L’Aquila). Due mercoledì neri, nerissimi. L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha censito nel cratere dell’Italia Centrale (cioè Marche meridionali, Lazio reatino, Abruzzo interno e Umbria orientale) circa 10.000 terremoti. Per la precisione, 10.032 scosse superiori a magnitudo 2. Che fanno 68 scosse al giorno. Cioè la terra nel cratere ha tremato (ma continua a tremare) per quasi 3 volte ogni ora. Uno stillicidio che distrugge i nervi di corpi già provati dalle bufere di neve di questa settimana. I terremotati sono messi a dura, durissima prova mentale da questa spaventosa successione di flagelli della natura che sta infierendo su case, stalle, animali, strade, boschi, montagne. E tra le divise dei diversi soccorritori ci sono gli psicologi al lavoro nel “cratere” dell’Italia centrale.

“Il nostro Ordine professionale ha stanziato in novembre 50mila euro per il supporto psicologico ai terremotati, a disposizione del Commissario di governo Vasco Errani. E nelle zone colpite ci sono circa 50 colleghi all’opera”. Fulvio Giardina, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, sottolinea l’importanza di questo aspetto della gestione dei soccorsi e degli interventi. Del resto ha esperienze dirette di questo tipo, come il terremoto di Carlentini (Siracusa) del 1990 e quello di Santa Venerina (Catania) del 2002.

Come agì da psicologo in quelle occasioni?
“Ai bambini della scuola elementare di Santa Venerina regalammo una telecamera perché avessero la possibilità di ricostruire i loro ricordi. E anche per un ritorno alla normalità”.

Quali sono i traumi da terremoto per la mente di una persona che vive nelle zone colpite?
“Intanto bisogna agire sulla socializzazione e sulla normalità. Cioè le persone tendono in questi casi ad abbandonarsi a un fatalismo, un torpore mentale. Si aspetta una fine imminente e ci si lascia andare. Ad esempio non ci si cambia i vestiti e l’igiene personale diventa approssimativa. Lo psicologo in questi casi rimette ordine nelle priorità, riattiva il pensiero critico e fa sì che il ricordo del trauma sia consapevole per chi vive il terremoto. Cioè si lavora affinchè sia superata la dimensione puramente emotiva con cui la persona ha interiorizzato il trauma”.

Una sindrome da abbandono va considerata in questi casi?
“Certamente, ed è elemento distruttivo della socialità, della comunità, dei rapporti della persona quali erano prima del terremoto. Da questo punto di vista il disfattismo e alcune critiche aprioristiche e infondate ai soccorsi sono devastanti. E i social network giocano un ruolo amplificatore negativo. Cui prodest questo atteggiamento?”.

Invece quali traumi per i sopravvissuti dell’inferno bianco del resort Rigopiano?
“Gli adulti superano in fretta perché tornano in un contesto quotidiano, la famiglia, il lavoro, che aiuta un ritorno alla normalità. Per i bambini il discorso è un po’ diverso, perché immediatamente, appena fuori dalle macerie del Rigopiano hanno chiesto di tornare a sciare o volevano i loro biscotti preferiti. Perché un bambino di meno di 10 anni non ha ancora acquisito il concetto di morte, di allontanamento di una persona cara. I disturbi legati al trauma possono presentarsi anche un anno dopo il fatto: attacchi di panico, incubi notturni e così via. Allora l’intervento dello psicologo può servire a superare questi strascichi del trauma. Lo notammo con i bambini coinvolti nel terremoto di Santa Lucia in Sicilia nel 1990”.

Tornando ai terremotati, supereranno anche mentalmente il sisma?
“Una casa crollata non è solo un mucchio di macerie. Là sotto ci sono ricordi ed emozioni, un’intimità la cui perdita non può essere compensata in alcun modo. Uno psicologo può aiutare un percorso di consapevolezza, di cognizione storica, di ricordo come patrimonio e non come paralisi mentale”.

Una sorta di invito a guardare una vita che deve andare avanti?
“Proprio così, come individui e come membri di una comunità. Non mi stupirei se tra un anno e mezzo nelle zone colpite dal terremoto e dalla bufera si registrasse un incremento di nascite”.