Il tifo? Un gioco a perdere. Tristezza batte gioia 4 a 1

Sui calendari appena stilati quella data non c'è. Ci trovi il derby, l'incrocio con quei maledetti che detesti e vorresti vedere falliti, la trasferta da non mancare perché vicino al casello c'è quella trattoria che da sola vale il viaggio. Ma manca una cosa. L'ineluttabile e dolorosa data in cui immancabilmente la tua squadra perderà. E tu ti ritroverai di umore viola addobbo funebre a chiederti perché dio non ti ha fatto appassionato di dressage.

La vita del tifoso di calcio è un deserto di amarezze in cui fanno capolino rare oasi di gioia (i trofei) e Schadenfreude (gli «altri» che perdono). Non è che non l'avessimo sospettato prima, non è che non lo sapessimo da sempre, o almeno dalla prima volta in cui abbiamo pianto per una finale persa o ci siamo incrinati un mignolo per un pugno alla scrivania dopo un palo. Il fatto che il tifo condivida il suo nome con una delle più letali malattie infettive della storia qualcosa vorrà pur dire. Il fatto è che oggi arriva la prova scientifica: il tifo genera più tristezza che felicità. È un gioco a perdere, come il casinò.

Lo hanno scoperto due economisti dell'università del Sussex, Peter Dolton e George MacKerron, che si sono presi la briga di incrociare i dati raccolti da Mappiness, un progetto scientifico che monitora l'umore degli inglesi. Il risultato è che a fine partita il tifoso vincitore guadagna 3.9 punti felicità (più o meno come quando ascolta buona musica) e la positività dura circa un'ora, mentre lo sconfitto si avvilisce con 7.8 punti tristezza, che lo annegano in una turpe spirale negativa per tre ore. Riassumendo: mestizia batte esultanza 4 a 1. Vincere ci regala un refolo di gaiezza, perdere ci condanna a un gorgo di depressione.

D'altronde è matematica: uno vince, gli altri perdono e rosicano, chi più e chi meno. Ma perfino chi vince sette campionati può essere triste, se ogni anno la coppa sfugge. Per questo solo gli atei della religione del football si sorprendono di questa ricerca. Che ha però un innegabile merito: conferma che noi tifosi siamo pazzi e masochisti, ma non siamo soli. Siamo tutti sulla stessa chiassosa e irrazionale barca, una moltitudine di solitudini che diventano tribù prima durante e dopo quei 90 pericolosi minuti. Chi ha la sventura di viverci accanto lo sa bene e ora può dare una spiegazione alle tachicardie, alle deglutizioni nervose, ai mutismi ostinati dopo un gol preso nel recupero con cui regrediamo allo stato infantile di bimbi imbronciati: tranquille, così fan tutti.

Perché quando si tifa una squadra si tifa per se stessi. «Guardare diventa fare», scrive Nick Hornby, uno che non a caso ha scritto il libro Febbre a 90'. Diciamo «abbiamo perso», ci immedesimiamo. Così la sconfitta diventa autocommiserazione e brucia: perché la maglietta non l'abbiamo addosso, l'abbiamo dentro. Eppure non possiamo farne a meno. È questione di assuefazione, perché il calcio è alcol, nicotina ed eroina insieme. Sai che fa male, che nel giorno del giudizio le delusioni saranno sempre più delle gioie. Ma sai anche che un gol decisivo dà un'adrenalina che va invidiata, non derisa. Gli studiosi li chiamano «rush» di gioia. Sono micro big-bang di emozioni che magari svaniscono subito, ma restano impressi nei ricordi.

Rigore, portiere da una parte e palla dall'altra, gol: la pelle d'oca anche se rivedi il video su Youtube dopo vent'anni.

Perché come scrive Eduardo Galeano, poeta sudamericano della pedata e della passione, nove volte su dieci il dopo partita è malinconico come il mercoledì delle ceneri. Ma quella volta in cui scoppia il Carnevale ti ripaga di ogni dolore. Almeno fino alla prossima volta in cui non rimpiangerai gli appassionati di dressage.