Torino, la Digos controlla i cinque antagonisti che hanno combattuto l'Isis con i curdi

I cinque torinesi partiti per la Siria per combattere gli uomini del califfato di Al Baghdadi sono considerati, dalla procura di Torino, dei "sorvegliati speciali" e un pericolo per la sicurezza pubblica. Ma loro si difendono: "Noi non siamo dei terroristi"

Scelsero di andare in Siria per unirsi alle Ypg, le "Unità di milizia popolare" curde, che combattono Daesh e ciò che resta dell'auotoproclamato Stato Islamico. Ma per i cinque italiani che, in periodi diversi, hanno scelto di combattere l'esercito di Abu Bakr al-Baghdadi, in queste ore, la procura di Torino ha chiesto il regime di "sorveglianza speciale" (una misura di prevenzione che prevede un'udienza di discussione in tribunale, che verrà celebrata nelle prossime settimane) e il divieto di dimora nel capoluogo piemontese.

"Potenzialmente pericolosi"

Secondo quanto riportato da La Stampa, per il magistrato Emanuela Pedrotta, che ha firmato il provvedimento, i cinque potrebbero aver maturato esperienze tali da renderli potenzialmente pericolosi in ambito locale e nazionale. E così, Davide Grasso, Maria Edgarda Marcucci, Jacopo Bindi (tutti esponenti del centro sociale Askatasuna), Paolo Andolina e Fabrizio Maniero (anarchici del Barrocchio) sarebbero, per le autorità torinesi, persone da tenere sotto controllo. Anche perché considerati dei "veterani" degli scontri di piazza e delle dimostrazioni contro le forze dell'ordine. Nessuno di loro ha mai nascosto la propria partecipazione al conflitto siriano al fianco dei curdi.

La decisione di combattere dopo il Bataclan

Eppure, Davide Grasso, che oggi ha 38 anni, durante il primo viaggio in Siria era partito con una videocamera e, solo successivamente, armato di un kalashnikov. Nel paese in guerra, tra iol 2016 e il 2017, ci era stato nove mesi, di cui sette al fianco dei miliziani curdi del Rojava. Non si è mai definito un militare, perché un'ideologia non appartenente alla sua filosofia di vita. Ma a fargli maturare la decisione di combattere era stato l'attentato al Bataclan, nel 2015. "Chi ha ordinato quell'attacco si trovava a Raqqa. Chi l'ha eseguito, l'ha fatto contro civili inermi. Quindi ho pensato fosse giusto che i mandanti si ritrovassero di fronte giovani civili europei, stavolta armati come loro. Ho scelto da che parte stare. E, francamente, lo rifarei", ha dichiarato Grasso a La Stampa. E ha aggiunto: "Noi socialmente pericolosi? Sicuramente saremo avventati. Là succedono delle cose terribili e bisogna avere rispetto per chi ha combattuto e per chi continua a farlo. Noi non siamo terroristi. Anzi, abbiamo fatto di tutto per fermarli. Per evitare che anche Torino finisse nel mirino dell'Isis".

"Noi non siamo dei terroristi"

Grasso ha anche sottolineato l'importanza della testimonianza dell'esperienza vissuta in territorio siriano. E ha chiarito: "Io e i miei compagni non siamo un pericolo. Semmai abbiamo contribuito alla sicurezza. La richiesta della procura è un paradosso, un processo alle intenzioni". E in riferimento al fatto che alcuni dei cinque avrebbero avuto, in passato, condanne legate a episodi di antagonismo nei confronti di alcuni agenti, il 38enne aggiunge: "Collegare episodi di normale dialettica sociale italiana allo Ypg è ridicolo e pretestuoso". Ma la procura, dopo un monitoraggio della Digos durato qualche anno, ha ritenuto che la loro esperienza maturata sul campo militare possa essere utilizzata oggi per "indottrinare compagni d'area e commettere delitti contro la persona con più gravi conseguenze".

"La Siria e Torino? Due scenari non paragonabili"

Anche per il 28enne Paolo Andolina, le accuse sono infondate: "Sono andato a combattere l'Isis. Mi pare chiaro che la Siria e Torino siano due scenari completamente differenti, nemmeno paragonabili". Nell'area del Rojava, il giovane era partito prima nel 2016 e poi a marzo di quest'anno. Andolina ha chiarito: "Ypg non è una realtà terroristica. Eppure noi veniamo considerati pericolosi per le lotte che abbiamo portato avanti in questi anni. Senza considerare che ognuno di noi è andato in Siria per difendere i popoli dal terrorismo islamico".