Tutti fuggono dal «sogno» di Fidel

Il Black Friday è una cosa da poveracci, da semianalfabeti. I veri leader del pensiero non cascano certo in questi trucchetti da marketing di quart'ordine. No, loro si stanno godendo il Black November, cominciato con la vittoria di Trump (anzi, per essere precisi, la sconfitta di Obama (...)

(...) per mano di Hillary), che prosegue con il grande evento del referendum, sul quale tutti, ma proprio tutti, si stanno scatenando, dando una sconfortante impressione di criceti da laboratorio, di inconsapevoli cavie. Insomma, un vero periodo di opulenza per spargere l'intelligenza applicata alle dinamiche sociali. Poteva bastare, ma poi è arrivato lui, il líder máximo (da non confondere con Massimo D'Alema ndr per i 5S -, che pare vadano facilmente in confusione oltre i cinque anni di storia). Cosa avranno mai fatto per meritarsi anche questa fantastica opportunità di evocare gli inizi della superiorità, i tempi in cui la verità fu rivelata? Come loro, sono stato un ammiratore di Fidel, quando in gioventù pensavo che il comunismo fosse la soluzione alle storture del mondo. Come loro (un po' prima, in verità), l'ho abbandonato, quando ho visto nei fatti che non portava a nulla di buono. A differenza di loro, ero sincero.

Molti hanno sepolto, non accantonato, l'idea. Per convenienza politica ed economica. Del resto, lo stesso Fidel l'ha fatto. Eh sì, perché verso la fine del secolo, quando i soldi sovietici sono finiti e l'equazione non tornava più, ha cominciato a strizzare gli occhi. Prima uno, alla Chiesa, poi l'altro, direttamente al presidente nero, recentemente. La vita è bellissima per questo, perché vale sempre la pena alzarsi la mattina, sicuri che il mondo riuscirà a sorprenderci ancora una volta. Il Papa nemico del comunismo che va a trovare l'unico, vero campione del comunismo, uno autentico, originale, come sarebbe stato Ho Chi Minh - purtroppo scomparso nel '69 poi ci torniamo. D'accordo, il Papa lo si può comprendere, gli affari sono affari: come rinunciare a una comunità di oltre 11 milioni di anime, di cultura latina? Ma lui, perché strizzava quei benedetti occhi? Non gli bastava l'idea, la rivoluzione? Non tanto, non c'arrivava alla fine del mese, diremmo noi. Peccato però che il presidente nero non sia stato bravo e tempestivo come la Chiesa ma certo, duemila anni non li eguagli in un paio di mandati -. Con la sua politica estera «tentenna» ha stufato pure i cubani, che sono tornati nelle braccia del decisionista del Cremlino, pronto a cancellare il 90% del debito per installare di nuovo la base navale nel posto più strategico dell'Atlantico. Ma come, pure con lui s'è abbracciato il líder máximo, col non-comunista che dal suo ufficio sulla Piazza Rossa soffoca la libera informazione e fa affari e guerre capitaliste in giro per il mondo?

Non c'è niente da fare, i soldi non dovrebbero mai entrare dove sta l'idea, dove si innalza lo spirito verso gli ideali. Fanno bene i nostri, che tengono ben separati gli affari dalle conversazioni li sfottono, li chiamano radical-chic, però hanno ragione loro -: se confondi i due piani, non ne esci più. Se cominci a dire che a Cuba si stava bene finché arrivavano i soldi russi, poi finisce che scopri che 5 milioni di vietnamiti sono morti e i loro nipoti vanno al McDonald's e usano l'iPhone. Ma così non va bene, così è scorretto, si rovina l'ideale.

Oggi invece è il giorno in cui gli ideali possono essere tirati fuori e sbandierati con l'orgoglio di sempre. Riprendendosi lo spazio politico che troppo spesso e troppo a lungo viene lasciato a quelle seconde linee che sono rimaste fedeli all'idea. Quelli che non hanno rinunciato a chiamarsi comunisti e che sono molto, ma molto, più rispettabili di chi invece ha venduto l'eskimo ma poi s'infiamma se sente «Bandiera rossa». Oggi è il giorno in cui si può riconoscere la grandezza di Fidel, il sistema sanitario di prim'ordine e l'istruzione che ha debellato l'analfabetismo. Oggi possiamo accantonare le carceri piene dei nemici de la Revoluciòn.

Eppure, la cosa che più mi sento di celebrare perché dovremmo impararla, e alla svelta è la ricetta di Fidel contro il problema più grave e difficile del nostro tempo, di cui Cuba non ha mai sofferto, proprio grazie a lui: l'immigrazione.

Pier Luigi Del Viscovo