Tutti pazzi per i Medici in tv perché l'Italia è ferma al '400

Un po' politica, un po' ruffiana: le prime puntate seguite da 7,5 milioni di persone

L'Italia del '400 forse ci assomiglia, soprattutto se la guardi da Firenze, viscerale repubblica che puzza di oligarchia, dove il futuro è ancora difficile da decifrare e il potere è affare di famiglie, di corporazioni, di equilibri sempre più fragili tra vecchi e nuovi poteri. Questa Firenze sembra già l'autobiografia di un popolo. Maledetti fiorentini. Maledetti toscani, da sempre in fondo più italiani degli altri italiani. Arcitaliani, appunto.

Otto milioni di italiani si fermano su Raiuno per immergersi nella prima puntata della saga dei Medici. Sette milioni e passa per la seconda, in un martedì di chiacchiere politiche e di Champions League, con la vecchia signora bianconera che beffa il Lione giocando in dieci e con un Buffon rinascimentale. Il risultato è che la serie tv che comincia con un Dustin Hoffman nei panni di Giovanni de' Medici, capostipite della dinastia, tradito da un chicco d'uva all'arsenico sfiora il 30 per cento di share. Qualcosa che di questi tempi in Rai sa di mezzo miracolo. Il merito non è solo dell'arsenico.

Non è un capolavoro. Non vale Il trono di spade e forse neppure I Borgia. Non basta Dustin Hoffman. Ma è certo che qui si parla di un successo. Il motivo? Forse perché in questa vecchia storia in qualche modo ti ci specchi. Firenze mostra sul ventre più di un secolo di cicatrici, di guerre civili, prima di guelfi e ghibellini, poi di guelfi bianchi e guelfi neri, di esili e di non ritorni, di quanto sa di sale lo pane altrui, di faide di potere per il potere consumate all'ombra e con la scusa delle «ideologie». Stai con il Papa o con l'impero? E se stai con il Papa che papista sei? Se il Trecento odora un po' di Novecento, il Quattrocento è quello che viene dopo. Firenze è stanca di guerre. Firenze scruta l'orizzonte con la speranza di incrociare un futuro. Firenze è ancora vecchia rendita e nuovi capitali. È il potere della terra e della spada che resiste all'ascesa dei soldi e del commercio. Non sono mica tanto compatibili. Firenze è troppa gente senza speranza e senza lavoro. È paura. È peste nera. È quel senso di insicurezza per cui ogni uomo è lupo all'altro uomo. È la voglia di trovare una via d'uscita dalle promesse non mantenute dal cielo e le miserie della terra. È la spinta di una nuova schiatta di devianti che viaggia in ordine sparso, ognuno in fondo perso dentro i sogni suoi, che scardina lo spirito del tempo e butta giù a calci e a colpi di genio tutti i muri. Troveranno la bellezza. E in questo i Medici avranno un ruolo centrale, sporcandosi le mani.

È una Firenze dove chi ci sa fare trova la sua grande occasione. E siccome è una Firenze epica e da serie tv, ogni quarto d'ora ti evocano una sorta di «sogno americano» a ritroso nel tempo. Giovanni de' Medici, quello con la faccia di Dustin Hoffman, è figlio di un mercante di lana. Si inventa un nuovo modo di fare il banchiere e il banco Medici si afferma in tutta Europa come marchio di garanzia. Non è uno che ama ostentare, ma si batte per un sistema di tasse meno austero. E questo lo mette in contrasto con le famiglie aristocratiche degli Albizzi e degli Strozzi. Con cautela. Sarà il figlio Cosimo, il nonno di Lorenzo il Magnifico, a cambiare il verso del potere. Cosimo è un sognatore che invecchiando si fa spietato. Ed è con lui che la fiction si fa politica e un po' ruffiana, con un sottotesto che sembra parlare all'Italia del 2016.

Volete la bellezza? Volete le sculture di Donatello e la cupola di Brunelleschi? Volete il futuro e il Rinascimento? Bene, tutto questo ha un prezzo. Il ritornello delle prime due puntate suona così: «Per raggiungere il bene qualche volta bisogna fare del male». Tipo pagare tangenti per far eleggere il Papa, che poi sarebbe un anti-Papa (a quel tempo c'era una certa inflazione di pontefici), favorevole al banco dei Medici. Assassin's Creed. Tipo giocare a seppellire quella carcassa di burocrazia e prendersi Firenze. Machiavelli sta per arrivare, ma il machiavellismo è già lì: il fine giustifica i mezzi.