Vessazioni su dipendente, secondo la Cassazione è "stalking professionale"

La persecuzione del dipendente messa in atto da un superiore o da un collega è reato di stalking. Il datore è responsabile per tutte le situazioni che possono pregiudicare la salute psicofisica dei dipendenti

La condanna per stalking può arrivare anche per violenze morali e atteggiamenti oppressivi anche a sfondo sessuale di un superiore nei confronti di un dipendente e vengono ricondotte nella sfera di "persecuzioni professionali".

La decisione è stata presa dalla quinta sezione penale della Cassazione che ha confermato la condanna inflitta dalla Corte d'appello di Milano al responsabile del servizio cultura di un Comune della provincia per alcuni comportamenti ai danni di una dipendente della biblioteca comunale.

La Suprema Corte ha spiegato che con l'introduzione del reato di stalking il legislatore ha voluto colmare il vuoto di tutela rispetto a condotte che, anche se non violente, recano un turbamento nella vittima.

La violenza dimostrata con atteggiamenti violenti è spesso l'esito di una pregressa condotta persecutoria. Per questo motivo incriminando già gli atti persecutori si vuole anticipare la tutela della libertà personale e dell'incolumità fisio-psichica.

Il reato di stalking è configurabile, si legge ancora nella sentenza, "quando si accerti la commissione reiterata di atti di aggressione e di molestia idonei a creare nella vittima lo 'status' di persona lesa nella propria libertà morale, in quanto condizionata da costante stato di ansia e di paura".