Il cronista che si innamorò della Storia

È morto ieri il giornalista-saggista Antonio Spinosa. Abbandonò i quotidiani per
scrivere biografie di grandi personaggi I suoi libri hanno accompagnato
generazioni di lettori e vinto tanto. Ma la critica non l’ha mai amato

Ho conosciuto Antonio Spinosa, come autore, tanti anni fa, quando pubblicò L’ABC dello snobismo, un libro che metteva in risalto la sua grazia di uomo ironico e mai greve: «Se lo snobismo nasconde un’ambizione, il dandismo può addirittura celare una rinuncia» è una frase da manuale. Prima ancora mi godevo i suoi articoli di inviato del Corriere della Sera, poi del Giornale diretto da Montanelli: elzeviri, interviste e cronache sempre freschi e nitidi.

Mai avrei pensato, allora, che ne sarei diventato prima editore, poi amico. Nel 1981 la sua biografia di Achille Starace, uscita da Rizzoli, aveva avuto un enorme successo rivelando lo stile che l’avrebbe reso famoso: quello di un biografo che riusciva sempre a far emergere la persona dietro il personaggio. Non amato dagli storici professionisti, lui stesso preferiva definirsi «narratore di storia». E tale era. I suoi personaggi, perfettamente ambientati nell’epoca loro – quale che fosse – venivano raccontati come solo potrebbe fare un uomo curioso che capisce l’animo umano. Quando diventai direttore editoriale della Mondadori, nel 1986, fu uno dei primi autori che cercai di strappare alla concorrenza. Ci riuscii perché, chiacchierando, gli dimostrai di conoscere i suoi libri e di apprezzare le sue qualità di divulgatore. È rimasto alla Mondadori fino alla morte, un successo dietro l’altro.

Quasi dieci anni dopo fu lui a ingaggiarmi, con un’alzata di fantasia. Dirigeva Videosapere (che adesso si chiama, diseducativamente, Rai Educational), un giorno mi telefonò e mi disse «Devi condurre una trasmissione quotidiana, in diretta su Rai Tre, dalle 13 alle 14. Parlerai di cultura alle casalinghe, agli studenti, ai disoccupati, ai turnisti, ai malati, insomma a tutti quelli che a quell’ora guardano la televisione». «Sei matto», risposi, «non ho mai fatto televisione e non la so fare». «Se non la sai fare, imparerai. Fidati». Aveva già pronto il titolo, Italia mia benché, da un verso di Petrarca, la co-conduttrice e co-autrice Cinzia Tani, e il capo struttura, un mastino di grande esperienza televisiva, Franco Matteucci: entrambi, poi, sono diventati scrittori, e forse non è un caso. Spinosa trepidava – oh sì che trepidava – per le mie stravaganze televisive, ma il successo del programma gli dette ragione. Era pronto alla lode quanto al rimprovero e da lui ho imparato – anche - che un direttore è tanto più autorevole quanto più è garbato, e quanto meno si lascia influenzare. Se gli arrivava un richiamo dall’alto, per certe mie uscite, mi convocava per fare due risate: «Mi hanno chiesto», raccontò una volta, «ma questo Guerri è di destra o di sinistra?». «Saranno fatti suoi», rispose. So per certo che un personaggio allora molto importante voleva che punisse un funzionario perché non teneva in debito conto la raccomandatissima figlia: Spinosa, per tutta risposta, lo promosse. Dopo due anni, il solito cambio della guardia alla Rai tolse a lui la direzione e a me il programma, ma nessuno dei due si disperò. Avevamo sempre i nostri amati libri da fare, e quelli nessuno ce li poteva togliere.

Continuò a scrivere, specialmente sulle tre epoche che prediligeva. Roma antica (Augusto, Cesare, Tiberio, La grande storia di Roma), il Risorgimento (Murat, Paolina Bonaparte, Italiane. Il lato segreto del Risorgimento), il Novecento (I figli del Duce, D’Annunzio, Vittorio Emanuele III, Pio XII, Hitler, Salò, Edda, L’Italia liberata, Mussolini razzista riluttante, Alla corte del Duce, Mussolini - Il fascino di un dittatore). Poteva andare anche da Luigi XIV a Napoleone, da Ulisse alla Saga dei Borgia, e ho dato una bibliografia incompleta.
La sua prolificità e il suo successo irritavano alcuni, che si chiedevano maliziosamente come potesse scrivere tanto. Io so come faceva. Dopo avere quasi abbandonato il giornalismo alla fine di una carriera gloriosa (diresse il Nuovo Roma, l’Agenzia Italia, la Gazzetta del Mezzogiorno) si dedicava quasi soltanto alla passione di narratore di storie. La sua grande, vecchia casa vicina al Colosseo aveva tutte le pareti coperte di libri. Altri ne cercava continuamente nelle librerie antiquarie e nelle biblioteche. Leggeva meticolosamente tutto ciò che gli poteva servire, poi si metteva all’opera. Anzi, si mettevano, perché l’Antonio Spinosa che ho conosciuto era tutt’uno con la seconda moglie, Elettra, anche nel lavoro. Lei, dolce e instancabile, catalogava appunti, organizzava le schede, scriveva sotto dettatura, rileggeva, suggeriva. Sembrava quasi che Antonio scrivesse per lei, perché non era contento finché anche Elettra non era contenta.
Mai avrebbe pensato di rimanere vedovo quando Elettra, molto più giovane, se ne andò, qualche anno fa. Lui era già in dialisi, una cosa straziante che riusciva a vivere con leggerezza, e c’era chi scommetteva che non si sarebbe mai ripreso dal lutto. Invece ha continuato a raccontare sino alla fine, perché questa era la sua – la loro – allegria.

A me rallegra pensare che ha avuto una vita bella, che si è preso tutte le soddisfazioni, compresa la più preziosa, fare quel che gli piaceva, come gli piaceva. Godeva, per dispetto dei critici, quando immancabilmente entrava nelle classifiche dei libri più venduti o riceveva un premio, fra cui l’Estense, il Saint-Vincent e l’importantissimo Bancarella. Nel 1996 tentò anche lo Strega, con Piccoli sguardi, un romanzo ambizioso: rischiò di vincere e ne nacquero polemiche a non finire, per il suo divertimento: «È un problema spinoso...», diceva. Sempre sorridendo.
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