Il cronista rimasto al Far West metropolitano

Il vecchio giornalista Michele Santoro - vecchio non solo per età ma anche perché rappresentante di un giornalismo vecchio che piace alla gente vecchia - lancia i suoi strali su Milano, e non è la prima volta. Milano città violenta, Milano città della nuova mafia. Conosciamo bene il suo pensiero, che non è molto elaborato ed è sempre lo stesso. Conosciamo bene anche questo modo di trattare le cose e le persone. Santoro ha i suoi obiettivi, i suoi nemici. Sicuramente l’attuale giunta cittadina non è in cima alla lista delle sue simpatie.
Conosciamo bene, inoltre, questo modo di guardare alle città, stile vecchio cronista di nera, con la città della luce (modaiola, berluscona, danarosa) che, di riciclo in riciclo, di pappa in ciccia, finisce per confondersi con la città delle tenebre, fatta di assassinii, stupri, insicurezza, di ricconi arroganti e di tanta gente indifesa alla mercé della delinquenza.
Soprattutto, conosciamo bene la strategia della paura. Non andate a Milano! A Milano si ammazza, a Milano si muore!
Tutti sappiamo che, se dessimo retta alla paura, non faremmo che dare ancora più forza ai prepotenti e ai criminali. Tutti sappiamo che il coraggio è la condizione di ogni virtù morale e civile.
Invece, c’è uno stile d’informazione che ci vuole pavidi. Lamentosi, rivendicativi, ma paurosi e anche, se permettete, un po’ striscianti.
L’insistenza sulle tenebre di Milano ha un solo scopo reale. Che non è quello di documentare la realtà, ma solo quello di mettere in discussione la luce di Milano.
Milano, per Santoro, ha una brutta tenebra perché è brutta la sua luce. Per dire questo, non gl’importa un fico secco di guardare quello che si sta facendo, né si fa scrupolo di alimentare la paura. All’attuale governo - cui Santoro è funzionale - interessa emarginare Milano, tenerla al massimo dentro la stalla come una mucca da mungere. Ma guai a diffondere un’immagine positiva di questa città.
Il vecchio cronista che alberga nel cuore di questo altrettanto vecchio leone del giornalismo italiano vede Milano come una specie di Far West dalle periferie governate dalla malavita. Ma le cose non stanno affatto così.
Io non dico che si debba giudicare in modo necessariamente positivo l’enorme sforzo, spesso contraddittorio, che Milano sta compiendo per rinnovarsi: un rinnovamento di proporzioni ben maggiori rispetto al belletto torinese o genovese. Ho scritto un libro su Milano e non sono stato tenero con questa città, come non lo sarei adesso se dovessi riscriverlo.
Ma negare questo sforzo, negare il movimento della città verso un nuovo volto di sé, o sostenere (come fanno in tanti, soprattutto a sinistra) che Milano è la stessa di vent’anni fa, solo più grigia e più vecchia, questa è solo disinformazione.
Certo che a Milano si muore. Come a Brescia, come a Parma, come a Napoli. Tutti sappiamo, però, che sono i mezzi d’informazione a rimpicciolire o ingigantire i cadaveri.
Quello che dispiace a molti è che Milano non si sia omologata, che abbia scelto una giunta di centro-destra, che sia rimasta dalla parte dei cattivi, se non addirittura del Cattivo, mentre altrove i buoni trionfano (si fa per dire).
Secondo me, quando parliamo di Italietta è esattamente di questo che parliamo. Di un Paese che non si sa guardare e non si sa raccontare se non nei termini della solita contrapposizione, ignorando tutto il mutamento sociale e urbano in corso - anche e soprattutto a Milano -. Un mutamento che non è uno spazio da occupare o da gestire, e non è nemmeno l’esito del calcolo di qualche potente senza scrupoli (e iscritto nei ranghi del nemico) ma la somma degli sforzi di tanta gente in cerca di una vita migliore.