Cronisti come Gianni non ne fanno più

Al Quirinale o in Kosovo, a Chicago o fra i boat people, un vero giornalista è al posto giusto ovunque sia. Ma non chiamatelo maestro: nessuno ce la farà a seguirlo, era troppo avanti

«Rega’, mo’ ve faccio piagne a tutti». Quante volte l’hai detto, prima di finire il solitario e di iniziare a scrivere. Stavolta ci sei riuscito davvero. Io però, Gianni, adesso te vojo fa ride perché so che le lagne non ti piacciono. Ebbene, è successa una cosa incredibile, quasi comica: è tardi, sono le nove di sera, il Giornale è in chiusura e da Milano - lo sai come rompono quelli - chiedono di «lasciare il pezzo». Ma non posso, la pagina è bianca e dentro non c’è scritto niente.

A Gia’, me so’ impallato. Sono bloccato. Guardo la tua sedia vuota proprio di fronte a me e mi rigiro tra le mani il telefonino con il messaggio che mi hai mandato sabato dall’ospedale: «Sono in ritardo, arriverò alle ?? Sfracandato ma vivo. Ciao e grazie». Una bugia: sei sempre stato un sola... (a Milano non capiscono? Chissenefrega, diresti te). Mi alzo, vado a guardare in faccia Salvatore poi torno a sedermi inebetito. Ho un buco allo stomaco, magari saranno i due-tre bicchieri che ci siamo appena bevuti per brindare con te ancora una volta. Ah, non te l’ho detto? C’è stata una piccola festicciola in tuo onore nel solito bar di piazza Mignanelli. C’erano Anna Maria, Roberto, Vincenzo, Gian Marco, «Signoretti», la vecchia «zia Ada», c’era Fabrizio e persino Marianna. E sì, c’eri pure tu.

Sono tornato a stento, in motorino sotto la pioggia, e ora devo sfondare questo muro bianco sul computer. Scrivo di getto quello che mi viene, senza starci a pensare. Forse sono pure un po’ ubriaco. A proposito, come lo fanno il Campari lì dove stai tu? La prima cosa che mi viene in mente, tra i fumi, è di appropriarmi del tuo archivio, e sai che cosa intendo. Poi, come un flash, ti rivedo a Tunisi, che tieni testa al Campanaro. Lui, Oscar Luigi, che ti dà del giornalista di parte. Tu, alto e fiero come un principe berbero, che gli rispondi senza aprire bocca, con uno sguardo dritto e un sorriso che lo incenerisce. Ti ricordi, Gianni? Eravamo quirinalisti «rivali» allora: tu all’Indipendente, io al Giornale ancora montanelliano. Ma eri tu che facevi sempre le domande più libere e impertinenti. Anche a Cossiga. A Chicago la mattina lo martellavi su Gladio, mentre il pomeriggio ci concedevano lo shopping sul Magnificent Mile e tu ti compravi un improponibile cappotto nero e peloso: sembravi un orso. E a Dublino, in carrozza sulle tracce del Picconatore: il cocchiere non rilasciava ricevute, abbiamo provveduto stampando su un foglio l’impronta dello zoccolo del cavallo. E a Washington con Marcello Pera, quando lo hai interrotto dopo mezz’ora che parlava: «A preside’ io devo scrive sessanta righe, perché nun la smette e ce dà una notizia?».

Ecco, la politica. Ti piangono tutti adesso, destra, centro, sinistra. Bobo Craxi era tuo amico, Mastella pure ma ora mi colpiscono le parole di D’Alema, tra le più sentite. E i colleghi, quanti ne hai svezzati nell’acquario di Montecitorio. Quanti pescetti, quanti ragazzetti sono diventati direttori, anzi, DIRETTORI. Noi no, Gianni, e siamo contenti così. Perché ce li siamo goduti, questo lavoro e questa vita, con tutte le gioie e tutti i dolori del caso.

Sono quasi le dieci. No, non ce la farò mai a finire. Mi sembra di galleggiare per la stanza, di vederti mentre reciti ad alta voce uno dei tuoi articoli, mentre chiedi come si scrive pool e vuoi sapere qual è il nome di battesimo di Pino Pisicchio. Io faccio finta di non sentire, tu mi richiami all’ordine. «A bionno!», oppure, «a communista!», o anche «a pariolino!»: l’appellativo cambia a seconda dell’umore. Quella non è mai cambiata è la tua voglia di scavare e di raccontare.

E di provare. Di sperimentare nuovi stili di scrittura. Un giorno il presente per il dialogo diretto con i lettori: «Sapete l’ultima?», «Ricordate», oppure «Sentite un po’». Il giorno dopo solo il trapassato prossimo: «aveva detto», «aveva fatto». Poi, quei magici giochi di parole: «S’offre e non soffre». Fino all’ultimo vezzo da poeta quale sei, le parole tronche: «facean», «albeggiar», «stormir», «rotear».

Narratore di razza, leggo su uno dei tanti ricordi battuti dalle agenzie di stampa. Sbagliato: tu sei un narratore di cuore. Quel cuore che facevi, fai, palpitare nei tuoi pezzi e che ti porta sempre dentro la notizia, da osservatore coinvolto e mai freddo. In Kosovo, dove eri costretto a dividere la stanza con degli americani dai piedi puzzolenti, e dove, dopo aver scritto, ti davi da fare personalmente per salvare qualche vita. A Brindisi, dopo lo speronamento del boat-people albanese, quando denunciavi i silenzi e gli errori delle autorità italiane. In giro per l’Italia, quando ci parlavi dei disastri annunciati e coperti e dei drammi della gente comune.

Gianni ma che hai nel sangue? Come hai fatto a trasformare in lacrime e umanità tutto il tuo inchiostro? Un maestro, dicono altri. Sbagliato anche questo: nessuno ce la farà a seguirti, la tua lezione andrà perduta. Dove lo trovi un altro anarchico totale, gruppettaro, con la schiena così dritta, capace di sbeffeggiare sempre qualunque potere e qualunque governo?

Guardo la foto qua sopra. Bello come il sole, altro che Scamarcio in quella tua pallida imitazione. Confessa, nei hai fatte tante, vero, prima di riversare il tuo amore sulle tue donne, Anna, Barbara e Larisa. Sembri un tronista, invece sei un Cronista con la C maiuscola, come non se ne fanno più. A Gia’, ti ricordi come hai risposto a quel collega spocchioso che voleva essere pubblicato solo in corsivo? «Impossibile, tu sai scrivere solo in tondo».

Ho la gola secca. È l’ora di dare come al solito l’assalto all’armadio segreto di Cuomo. Ecco, c’è un vino buono, una sola bottiglia, ma per noi due basterà. Ci divideremo pure l’ultimo sorso, amico mio, principe contadino.