Da Crosby a Bublé la nascita di uno stile

E il crooner piomba nell’industria musicale e provoca il terremotor. Arriva il cantante solista in un mondo dove le canzoni dal vivo sono affidate al vaudeville, ai musical, ai «motivi da spettacolo» nobilmente scritti da Cole Porter, Hoagy Carmichael o Gershwin. Il primo grande scossone sul finire degli anni ’30; le orchestre swing - ispirate al jazz delle big band di Kansas City - volano in vetta alle classifiche risollevando la discografia da una sanguinosa crisi (altro che oggi, se pensiamo che nel 1921 si vendettero dischi per 106 milioni di dollari e nel 1933 per soli 6 milioni), e queste orchestre hanno un cantante che comincia a diventare un idolo delle folle, oscurando la fama del band leader.
Il papà di questo genere è il dimenticato Gene Austin (che combattè anche nell’esercito contro Pancho Villa) ma il maestro di tutti è Bing Crosby con l’inventiva purezza della sua voce baritonale, che guarda caso viene dall’orchestra «parajazz» di Paul Whiteman. Cantando con il megafono (i microfoni erano ancora un sogno) con il suo elastico relax ritmico pone le fondamenta dello stile dei croone. Così nasce il solista, l’idolo della folla, bello romantico e tenebroso come Frank Sinatra, il primo divo della canzone amato dal pubblico come - prima di allora - solo star del cinema quali Rodolfo Valentino. Ma Frank non era solo apparenza, anzi; un artista vero che passava dalla ballata confidenziale alla pura tradizione jazz coltivata nelle orchestre di Harry James e Tommy Dorsey. All’inizio gli fece concorrenza (e spesso lo superò in popolarità) Frankie Laine, più commerciale e votato alla ballata country, ma poi «The Voice» divenne il mito che tutti conosciamo aprendo la via ad un filotto di cantanti, tutti di origine italiana, che per anni dominarono le classifiche, tracimando anche nel cinema e nel mondo dello spettacolo tout court: Dean Martin, Perry Como, Vic Damone, Al Martino, Tony Martin, Tony Bennett, 84 anni (che si autodefinisce «il Michael Jackson italoamericano con un po’ più di sale in zucca», per esser entrato nel mondo della musica da bambino grazie a Pearl Bailey e Bob Hope) ancora oggi eroe del bel canto italonewyorkese a ritmo jazz. Bennett si è esibito in questi giorni al Teatro Greco di Taormina e a Umbria Jazz, ha inciso un album di duetti con rockstar come Bono, Sting, Elvis Costello, Paul McCartney ed ora, sta preparando un nuovo disco. Nel 2000 il suo patrimonio era stimato intorno ai 20 milioni di dollari, sintomo che il crooner tira sempre. «Se sei creativo - dice Bennett - non hai tempo per invecchiare. Io sono un cantante vero. Sono cresciuto educando la voce notte dopo notte, locale dopo locale. Nell’orchestra di Count Basie ho completato la mia formazione imparando a costruire le frasi, a usare il respiro, ad avere pieno controllo sull’intonazione. Infine ho seguito il consiglio di Sinatra che mi disse: “scegli le canzoni americane più belle e avrai successo”.»
Il mestiere di crooner non è facile; innanzitutto bisogna saper affrontare un repertorio complesso e raffinato, che affonda radici nella tradizione swing ma che non deve sembrare fuori dal tempo, che punta molto sulla ballata romantica senza tracimare nel caramelloso o nel patetico. Molti ci provano (seguendo il consiglio di Sinatra) attirati dall’idea del facile sueccesso come Barry Manilow e Michael Bolton (poco a che vedere coi veri crooner) o altri vendono maramaldescamente una montagna di cd rivisitando i classici come il vecchio rocker Rod Stewart. L’unico giovane che ha fatto davvero sfracelli è Michael Bublé, che canta e incanta riprendendo brani di Cole Porter e Dean Martin che piacciono anche ai ragazzini. A chi lo critica dicendo che canta pezzi di altri risponde: «Non mi importa essere l’unico, preferisco essere il migliore», e tra le nuove leve per ora non ha eredi. C’è l’inglese Jamie Cullum, ma sembra essersi perso per strada.