Crosby & Nash gli ultimi hippy allo Smeraldo

Le utopie possono passare di moda e morire, ma il cinismo dell’uomo le riabilita in fretta. Per questo David Crosby e Graham Nash (spesso in duo nonostante i progetti solisti e il supergruppo con Stephen Stills e Neil Young) non hanno mai tolto la divisa da hippie, continuano a cantare brani che si sono stampati nell’immaginario collettivo e lo faranno anche domenica sera al Teatro Smeraldo, approdo milanese del loro minitour italiano in quattro tappe. Crosby dopo mille avventure (trapianti di fegato, droga a volontà dal periodo lisergico dei Byrds in poi e chi più ne ha più ne metta)è gonfio come un pallone ma sa come toccare la sei corde e impostare ancora la voce in classici come Long Time Gone e Triad; l’inglese Nash (qualcuno lo ricorderà negli Hollies, presenti anche a un Festival di Sanremo presentato da Mike Bongiorno)è vivace, voglioso di comunicare e ha nel suo carniere compositivo classici come Chicago, Teach Your Children, Our House.
Due sopravvissuti alla diaspora degli hippie? Il loro show viaggia su due binari paralleli; da un lato ci sono le canzoni, immortali, eleganti nella loro essenzialità, ricostruite con sobrietà ed affetto da Guinnevere a Almost Cut My Hair, da Southbound Train a Deja vu fino alle più recenti Lay Me Down, Jesus of Rio, In My Dreams, Delta, Military Madness che si ricollega idealmente a Chicago e alla guerra del Vietnam. Le canzoni appunto, piccole-grandi storie personali che ti ricordano gli ardori e gli ideali giovanili. Poi c’è il concerto, fatto di un pubblico di ultracinquantenni più o meno segnati fisicamente dalla ricerca di un mondo che non torna indietro e neppure si ferma. «Il passato è lo specchio che ci proietta nel futuro», dicono sempre Crosny e Nash, ma i loro piccoli capolavori spesso, per gustarseli meglio e senza l’invadente spettro della nostalgia, è meglio ascoltarli lontani da quello specchio.
Chi ama il jazz e le sue propaggini stasera e domani potrà godere degli ultimi quattro concerti (due per sera da mercoledì) al Blue Note del chitarrista Al Di Meola. Ex amante della musica country folgorato dallo stile improvvisativo di Larry Coryell, Di Meola, definito «il chitarrista più veloce della sua ombra», ha debuttato a metà anni Settanta nel Retunr To Forever di Chick Corea e da allora s’è rivelato uno dei chitarristi più dediti alla sperimentazione e alla ricerca, passando dai suoni folkloristici spagnoli alla fusion, dalle mille collaboprazioni (da Stanley Clarke al violinista Jean Luc Ponty a Paul Simon) fino al popolarissimo trio con John McLaughlin e Paco De Lucia. «La musica si dilata continuamente nello spazio e nel tempo - dice per spiegare il suo stile - bisogna partire dal passato e collegarlo sempre più saldamente all’attualità. Così si costruisce il suono di oggi, così si abbattono le barriere tra generi mantenendo la propria individualità». Virtuoso e tecnico ma mai freddo ed esibizionista, Di Meola presenta con la sua band classici del suo repertorio ed estratti dal suo nuovo cd Pursuit of Radical Rhapsody.
Chi non parte per un breve «ponte» troverà al Blue Note una serie di interessanti proposte. Domenica il brillante sassofono (apprezzatissimo anche negli States) di Ada Rovatti. Martedì (giorno festivo) una vecchia gloria del blues inglese come l’organista Brian Auger (vecchia conoscenza del locale) con i gloriosi Trinity. Diavolo delle tastiere ai tempi in cui i Rolling Stones si affacciavano sulla scena e spopolavano Alexis Korner e John Mayall, mantiene la stessa verve di un tempo accompagnato alla batteria e alla voce dai figli.