CROVI Il gusto dell’esperimento

La sua lezione è stata l’amore per il rischio, la novità e l’insolito

Quasi tutto quello che io e Raffaele Crovi avevamo da dirci non ce lo siamo detti. Crovi era una di quelle persone dalle quali si prende congedo con la promessa di un ulteriore incontro, di una bella chiacchierata da fare, prima o poi.
Bene, quella chiacchierata non c’è stata, l’ultimo congedo è di quelli che non concedono dilazioni o appuntamenti. Si dice «ci rivedremo lassù e allora parleremo». Balle, sono tutti modi di dire. Non riesco a immaginare nessun paradiso in cui me ne starò a discutere di letteratura con Raffaele Crovi. Adesso Crovi è morto, risparmiamogli le diatribe letterarie.
L’argomento, però, del discorso lasciato in sospeso era di quelli gravi e fu messo in tavola il giorno stesso in cui facemmo conoscenza, nel 1985. Io avevo ventinove anni, lui aveva la mia età di adesso. C’era in me un certo risentimento, accumulato fin dagli anni dell’università, contro la sua generazione, che a mio parere non aveva trasmesso nulla alla mia.
Raffaele Crovi è stato uno dei più giovani rappresentanti di una stagione culturale cattolica di prim’ordine, che ha dato al mondo poeti, scrittori e critici (soprattutto poeti) capaci di vivere e affermarsi nel nostro mondo senza lasciarsi mai appiccicare l’etichetta di «cattolico». E questo non perché negassero di esserlo, ma perché l’impatto della loro opera impediva di soffermarsi sulle pregiudiziali.
Ma per intrecciare un rapporto con la mia generazione bisognava venirci a cercare nel crogiolo dove si andavano formando gli uomini che stavamo per diventare. Altri intellettuali, altri profeti, altri signori del pensiero ci stavano formando, e di cattolico non avevano nulla. Chi di noi era più vivace intellettualmente correva anche maggiori rischi, perché i soli maestri erano quelli cattivi.
E quelli buoni dov’erano? Intimiditi (così li vedevo io), se ne stavano a coltivare, come tardivi epicurei, il giardino delle loro amicizie, dei loro talenti, delle loro cattedre. Quando entravano in contatto con qualcuno della mia generazione era sempre con un giovanotto già formato, prima indottrinato e poi reso scettico.
Crovi ascoltava le mie lamentele. Le sue risposte erano le risposte di chi doveva, da un lato, salvare il valore di un’esperienza culturale importante, e dall’altro darmi la mia parte di ragione. In fondo, lui, a differenza di altri cattolici, era venuto a cercarmi. Io parlavo con lui proprio perché lui era diverso da quelli di cui parlavo.
Fu Raffaele Crovi a pubblicare per primo, sulla rivista Il Belpaese, un mio testo: il lungo racconto Il luogotenente (l’avevo scritto a ventiquattro anni), che quattro anni dopo sarebbe entrato a far parte del mio primo libro. Crovi dirigeva a quel tempo una casa editrice, Camunia, aperta e poi diretta con grande coraggio. Molti scrittori sono in debito con Crovi, e uno di quelli sono io. Come Raffaele Nigro, come Tiziano Sclavi.
È questo l’aspetto che mi piace ricordare di lui. Le presentazioni hanno sempre sottolineato la sua poliedricità - che a me pare un difetto, non una qualità - mentre non parlano della sua capacità di spendersi, della sua generosità, dell’ambizione sacrosanta che lo induceva a non sedersi mai sulle cose già fatte, a non camminare mai dentro le proprie orme.
Il fatto che sia morto non mi indurrà a dire che Raffaele Crovi è stato un grande scrittore. No, non lo è stato: lo dico per rispetto nei suoi confronti. È stato un formidabile, fulmineo lettore: la punta della sua sferza andava a colpire sempre il bersaglio. Ma era anche un lettore generoso: non perché non fosse esigente, ma perché cercava sempre di allargare il proprio gusto attraverso la scoperta di qualcosa di nuovo. Ciò che ha fatto d’importante va assai oltre quattro romanzi.
La scomparsa di Raffaele rappresenta un duro colpo per chiunque, in cultura, ami il rischio, la novità, l’esperimento, l’insolito: tutte cose che l’industria culturale ed editoriale dei nostri anni sta perdendo di giorno in giorno, sempre di più.