«Crovi sembrava guarito invece mi ha preso in giro»

L’omicida del gioielliere di Abano Terme a fine agosto sarebbe dovuto essere giudicato dal Tribunale di sorveglianza

Andrea Acquarone nostro inviato ad Abano Terme (Padova) Susi e Michela escono di casa con passo veloce, nervoso. Come a voler spezzare quel disperato e opprimente silenzio, rotto solo dalle lacrime della mamma. Quel dolore muto che ormai da cinque giorni gela le mura dell’elegante appartamento in cui viveva il loro papà gioielliere. Un uomo tranquillo Giovanni Piras, una «persona umile e modesta - ricorda adesso chi lo conosceva - nonostante possedesse l’oreficeria forse più bella e importante qui ad Abano». Sono inavvicinabili queste due ragazze rimaste orfane per mano di quattro banditi giostrai, indice sui grilletti dei Kalashnikov e probabilmente tanta cocaina in corpo. Si chinano, raccolgono i messaggi lasciati accanto ai mazzi di fiori davanti al negozio del loro papà ucciso da una raffica di mitra, salutano con un cenno degli occhi gli amici e si incamminano di nuovo verso casa, in via Marzia. Poco più di duecento metri dalle tre lussuose vetrine della gioielleria. «Non se la sentono di parlare, sono distrutte», spiega gentile ma infastidita la cognata della mamma. È lei a proteggere la privacy della famiglia rispondendo a citofono e telefono. Nello sguardo di Susi e Michela non si legge però soltanto dolore. Scorre una scintilla d’ira nei loro occhi, quella di chi si sente vittima innocente. Ma forse e soprattutto, quella di chi si ritrova impotente di fronte agli errori di una giustizia ipocrita. Lo ha ammesso, crudamente disincantato, lo stesso Antonio Fojadelli, il procuratore di Treviso costretto a liberare uno dei banditi (poi morto nel conflitto a fuoco) che martedì assaltarono la gioielleria di Piras: «Troppo spesso la legge è dura e pesante con i deboli ma vana e leggera coi veri criminali. Fosse dipeso da me non avrei fatto uscire di prigione Emanuele Crovi». Non può piangere sul sangue versato il Pm, ma lui per primo auspica una nuova legge. A una cinquantina di chilometri da questa cittadina, in cui i vacanzieri cercano la gioventù nelle acque termali e ridono in tedesco, c’è un’altra persona che da cinque giorni forse è tormentata dagli incubi. È Roberta Sabbion, la psicologa del Sert di Chioggia cui nei mesi scorsi toccò occuparsi del caso di questo bandito zingaro e drogato che in carcere giurava di voler cambiare vita. Di volersi disintossicare: «Crovi mi ha ingannata. Davvero ha fatto le cose per bene. Sembrava sincero e invece stava prendendoci tutti in giro. Se mi sento responsabile per aver avallato il suo progetto di recupero per uscire dalla droga? No, perché l’ultima parola, in fin dei conti spetta ai giudici». Proprio qui sta l’inghippo, un grimaldello che consente l’evasione a rigor di legge. Nella normativa vigente riguardo ai benefici per i tossicomani arrestati spunta una falla legislativa capace di affondare la giustizia. Il perché lo chiarisce anche il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia, Giovanni Tamburino: «In questo caso la decisione di liberare un personaggio come Crovi (uno con alle spalle 17 condanne per rapina e violenze varie), è dovuta agli automatismi di legge. Il pm Fojadelli era obbligato, di fronte al programma approvato dagli assistenti sociali e alle équipe di supporto, a sospendergli la pena. La decisione finale in realtà spetta al Tribunale di sorveglianza. E ritengo che probabilmente non sarebbe stata favorevole a Crovi. Sapevamo che fosse un soggetto pericoloso, avevamo aperto il fascicolo per l’esame del suo programma di riabilitazione la scorsa settimana. Per legge la decisione avrebbe dovuto essere presa entro 45 giorni. Avremmo fissato l’udienza per fine agosto». Solo quel giorno che non verrà per il giostraio si sarebbero riaperte le porte della cella. E intanto adesso oltre ai tre complici del bandito rimasto ucciso i carabinieri cercano anche una donna. Dai capelli rossi. Forse proprio la mente della banda.