Crowe e Paltrow: addio Hollywood (ma non è detto)

L’attore ha detto di «non voler lavorare in un posto che attrae tante mosche»

Silvia Kramar

da New York

A poche settimane dalle ultime elezioni presidenziali americane, in quel 2004 in cui fino all'ultimo pareva che George W. Bush dovesse cedere la Casa Bianca al partito democratico, molte star di Hollywood erano tornate a sfilare in nome del partito democratico. Tra benefit e manifestazioni politiche, molti attori avevano giurato di voler votare per John Kerry, l’uomo nuovo sull’orizzonte liberal degli Stati Uniti. In più c’erano stati alcuni che avevano fatto una solenne promessa: se Bush avesse vinto, stragiuravano davanti alle telecamere, se ne sarebbero andati per sempre da un’America evangelica, ultraconservatrice, nemica delle libertà personali, dall’aborto ai matrimoni gay, e da un presidente deciso a schiacciare i pulsanti della stanza dei bottoni e a dichiarare guerra a mezzo mondo.
In cima alla lista di quelle star che avevano promesso di fare le valigie c’era Alec Baldwin: deciso a lasciare per sempre Hollywood, la sua ex moglie Kim Basinger e i suoi due figli per andare a fare il recluso in Europa. Lo seguiva il regista Robert Altman: «Se Bush rivince non mi vedrete mai più qui in California» urlava. Barbra Streisand, a una cena in onore dell’ex presidente Clinton, aveva fatto la stessa promessa: se ci sarà un altro quadriennio repubblicano, scappo dagli Usa, aveva detto con l’enfasi con cui, una volta, le donne minacciavano di farsi suore. Eppure a due anni di distanza sono ancora tutti in America.
Ad andarsene invece, o a non volere tornare, sono altri: ognuno per un motivo diverso, ognuno storcendo il naso davanti a quell’America che, in fondo, li ha lanciati. In cima alla lista adesso c’è Russell Crowe, che negli Usa si è infilato in un vespaio legale dopo che ha picchiato Nestor Estrada, un portiere di notte di un albergo a cinque stelle di Soho, a Manhattan, gettandogli in testa un telefono. Estrada aveva sentito profumo di dollari e gli aveva fatto causa, pretendendo una cifra quasi ridicola. Così, dalla sua immensa villa australiana, Russell Crowe ha alzato le spalle e ha dichiarato che lui, di Hollywood e dell’America, proprio non ha bisogno.
In una recente intervista a un settimanale australiano l’attore, che si è visto anche snobbato ai botteghini quando gli americani si sono rifiutati di comprare i biglietti del suo ultimo film, Cinderella man, ha giurato di «non voler più tornare a lavorare in un posto che attrae così tante mosche». La metafora scatologica non è piaciuta ai grandi studios americani, che si sono detti più che offesi; ma Russell non ha chiesto scusa, anzi: «Gli americani mi hanno detto che sono un violento e che avrei bisogno di vedere uno psicanalista. La verità è che nessuno psicologo mi vuole come paziente. Entro, mi siedo e dico tutto quello che penso. A molti non piace».
C’è poi un’altra star americana che ha scelto di vivere a Londra e di snobbare gli Usa: non Madonna, che invece fa ancora avanti e indietro e che vive in un castello inglese solo perché cerca di trasformarsi in una nobildonna britannica, tra cavalli, maggiordomi e un nuovo guardaroba casto e conservative.
È invece il turno di Gwyneth Paltrow di snobbare Hollywood, dicendo che non sopporta più la nuova morale americana, la politica guerrafondaia di Bush e quella contro l'ambiente. Eppure la Paltrow, il cui ultimo film, Proof, è appena uscito sugli schermi americani, è proprio il classico prodotto di una Park avenue newyorchese infarcita di talento e repubblicani. Figlia di un produttore tv e di un’attrice, praticamente nipote di Spielberg che l’aveva fatta debuttare dodicenne nel suo Hook, la Paltrow è cresciuta nelle migliori scuole private di una Upper East Side dove i miliardi sono fatti coi proventi - capitalisti e conservatori - di Wall Street e della pubblicità.
Eppure anche lei ha giurato rancore verso gli Usa, in un esilio imposto forse solo fino a che non firmerà il contratto per un film che lei muore dalla voglia di interpretare: la vita di Marlene Dietrich.
Ma la storia di quelli che sono scappati dall’America è un libro di vecchia data: se il primo grande attore a evadere da Hollywood fu Chaplin, che nel 1953 salpò per l’Europa stanco delle persecuzioni politiche, nel 1974 anche Roman Polanski era scappato, per evitare l’accusa di aver violentato una tredicenne. Chaplin fece ritorno nel 1972: ormai anziano ricevette un Oscar alla carriera tra scrosci di applausi. Polanski non è ancora tornato: ma venerdì nelle sale americane uscirà il suo ultimo film, Oliver Twist: dall’esilio, il regista resterà a guardare.