Crucchi contro mangiaspaghetti Storia semiseria di amore e odio

Quando si parla di Italia e Germania lo stereotipo è dietro l’angolo: la verità è che in comune non abbiamo niente

Dicono che anche l'inferno tedesco, rispetto a quello italiano, sia più prevedibile ed efficiente. Le fiamme sono tutte della stessa altezza, la temperatura è costante e i bruciatori vengono revisionati ogni trimestre, alla stessa ora, da tecnici e ingegneri di indiscussa professionalità. Anche i rifornimenti di cacca fresca, da riversare nei tini in cui sono costretti a stabulare certi infami, spaccano il secondo. In quello italiano, invece: un giorno c'è un problema nelle caldaie, un altro manca la cacca, un altro ancora c'è lo sciopero dei diavoli...
Quella volta, poi, che un italiano e un tedesco vennero condannati alla ghigliottina, andò che l'italiano ebbe salva la vita perché a metà della corsa la lama, inspiegabilmente, si bloccò (lo stellone, l'arte di sfangarla con un colpo di culo, quando tutto sembra perduto...). Il tedesco, quando venne il suo turno, chiese solo di porgere il capo col viso rivolto all'insù. E un secondo prima che la lama tornasse a cadere gridò: «Alt! Fermi tutti! Trofato guasto!».
È inutile. Ogni volta che si prova a tratteggiare il rapporto di odio-amore che ci lega indissolubilmente ai nostri vicini, lo stereotipo è dietro l'angolo. Ma siccome negli stereotipi si annida più di un grano di verità, conviene tenerne conto, e discostarsene con prudenza. Dunque: freddo, privo di fantasia, anelastico (per non dir peggio) il tedesco. Cialtrone, furbastro, inaffidabile (in tutti i sensi, quello politico-militare compreso) l'italiano.
Diciamo la verità: in comune non abbiamo niente. Resta da spiegare com'è che i tedeschi, dietro i loro sfottò, hanno un amore sviscerato per l'Italia e gli italiani (sole mare e fantasia ma non solo) mentre non si trova un italiano disposto a cambiarsi con un tedesco, anche se dei nostri vicini riconosciamo, e un po' anche invidiamo, la superiore serietà. Perché non c'è confronto, diciamocelo. Quelli hanno prodotto filosofi del calibro di un Kant e un Hegel e un Nietzsche. Noi abbiamo risposto con don Benedetto Croce. Contro Goethe possiamo schierare la lagna sentimentale del Foscolo. Quelli avevano Bach, Beethoven e Wagner. Noi, Verdi e Puccini. Il «Parsifal» contro la «Turandot», vuoi mettere? Altra musica, diciamocelo.
Ovvio che di fronte alla Weltanschauung (che anche a pronunciarla, una parola così, incute soggezione) la nostra insostenibile leggerezza dell'essere sfiguri un po', perfino ai nostri occhi. Nelle scienze, nella meccanica, nella fisica, abbiamo sempre dovuto chinare il capo. I primi della classe son loro. Le armi, i cannoni dei Krupp, i fisici che in America (ma c'era un certo Fermi, tra essi) misero a punto l'atomica. Che poi, a ben vedere, sarebbe stato meglio campare senza. Si consideri, per saltare di palo in frasca, il mondo dei motori. La Mercedes e la Porsche; l'Audi e la Bmw, ma anche la Volkswagen, contro la Fiat. Sì, poi c'è anche la Ferrari, si obietterà; ma sono isole di eccellenza, come i baveri delle giacche di Armani. Come la cucina, la moda, il paesaggio urbano e rurale, la nostra capacità di goderci la vita e il genio di chi ha inventato la pizza e gli spaghetti alle vongole contro chi, nei secoli, è stato capace di elaborare solo wurstel e crauti. Perché anche la birra, a ben vedere, mica l'hanno inventata loro. Una relazione, per quanto ci riguarda, impiombata anche da una qual certa avversione e diffidenza. La lingua, tanto per cominciare, che dà l'idea dell'abbaiare di uno schnautzer, come ammetteva il triestino Ladislao Mittner, uno dei più grandi germanisti del Novecento. «Con secoli di lanzichenecchi, guardie svizzere e austriaci, che parlavano la stessa lingua pur appartenendo a popoli diversi - ha ricordato di recente Marino Freschi, altro germanista di vaglia sulle pagine del Venerdì di Repubblica - è stato inevitabile che nel nostro immaginario si producesse una generalizzata avversione».
Loro, i tedeschi, per contro, non ci perdonano una certa inclinazione al tradimento. Abbiamo cominciato nel 1866, alleati della Prussia contro l'Austria, con quella figura da peracottari a Custoza. Gliel'abbiamo fatta di nuovo nel 1915, lasciando Vienna e Berlino col cerino in mano schierandoci sull'altro fronte della prima guerra mondiale. Nella seconda dovevano aspettarselo, e invece si fecero beccare di nuovo, nel ’43... Noi ci vendichiamo, al bar, dandogli dei nazisti. Come Berlusconi, che al parlamento della Ue propose un ruolo da kapò in un film a Martin Schultz, il socialdemocratico che dimenticandosi di essere tedesco si era messo a fare lo spiritoso.
Abbiamo più di 2 milioni e mezzo di gastarbeiter, di immigrati, in Germania. Ci sono pizzaioli, a Francoforte e a Karlsruhe, i cui figli parlano tedesco meglio dell'italiano. Dovremmo sentirci a casa. Ma certi complessi di inferiorità ci mettono generazioni, a svaporare. Ecco perché è assai opportuno che martedì prossimo, se Dio vuole (papa Ratzinger è pregato di non metterci del suo, per evidente conflitto d'interessi) torniamo a suonargliele, ai crucchi.