La Via Crucis di un clochard «pinteriano»

Laura Novelli

La storia di un uomo ridotto sul lastrico che, dopo un matrimonio fallito e otto figli sottrattigli dai servizi sociali, si ritrova da solo per strada e, mentre cerca il conforto di una giovane senzatetto spaurita come un uccellino in gabbia, ripensa alle laceranti vicissitudini della sua esistenza dialogando con l’ex moglie alcolista e paralizzata.
Se ci fermassimo a una lettura superficiale, potrebbe essere semplicemente questo. E, invece, andandolo a rovistare nelle sue radici profonde (laddove il teatro e la drammaturgia sedimentano la loro forza più sorprendente), Looking at you (Revided) Again di Gregory Motton, attualmente in scena al Belli nella rassegna «Trend», si apre ad analisi ben più complesse. Innanzitutto perché questo testo dell’autore londinese - classe ’61, una quindicina di opere all’attivo rappresentate anche all’estero e soprattutto in Francia - mescola con perizia codici e linguaggi di ascendenza realista con declinazioni simboliche e surreali che si traducono in una costante sfasatura temporale tra presente e passato e, ancor più, in uno struggente accostamento di illusione e disillusione, sogno e realtà.
Ha dunque ragione Marcello Cotugno - regista molto sensibile alla drammaturgia d’oltre confine e fedele da anni ad uno stile «cinematografico» impiegato con esiti originali - nel realizzare una sorta di affastellamento scenico di materiali e registri espressivi diversi che concorrono a restituire sia la patina esteriore di questa «irreparabile» situazione di degrado sociale e umano, sia le sue numerose linee prospettiche. Da una parte, Cotugno sembra voler sottolineare con decisione il linguaggio (a tradurre il testo, dell’89, è la drammaturga Letizia Russo), la fisicità dei personaggi, la critica anti-thatcheriana sottesa ad alcune battute, i passaggi emotivi resi con efficaci giochi di luce e vigorosi stacchi musicali (tra i quali spicca un brano di Federico Fiumani riproposto in cover). Dall’altra, egli cerca di alleggerire i toni puntando su una recitazione espressionista e in levare che nel protagonista, interpretato dall’energico Alfonso Postiglione, tocca corde persino fanciullesche. Corde che entrano giocoforza in contrasto con l’aggressiva drammaticità espressa dalla moglie (una specie di Maddalena penitente, indurita dalla vita e dalla maternità prima concessa poi negata, nella quale troviamo un’attrice di grande talento come Alessia Giuliani) e con la dolente rassegnazione della clochard di Gaia Insenga (assente, sbiadita, fragile e insieme intensa come una mendicante di vago sapore chapliniano).
Siamo, dunque, nei confini di una Sacra Rappresentazione moderna scandita in loci deputati ben distinti: la strada, sul proscenio; la platea, per favorire momenti di vicinanza stretta con il pubblico; una pedana laterale sollevata di qualche metro per «ospitare» la moglie paralitica, per rivivere il tempo/spazio del passato, del dolore più acuto. Questa Via crucis contemporanea (ispirata alla struttura stessa del testo, diviso in quattordici quadri successivi) non vede però espiazione possibile, non propone alcuna salvezza, non indica alcun approdo di luce. Non è perciò un caso che - mano a mano che i ricordi si accumulano e che i tre poveri Cristi di questa vicenda sempiterna si aggrappano al nulla - vengano in mente certi capolavori di Beckett o di Pinter (e, perché no, certe acute regie beckettiane e pinteriane di Carlo Cecchi): quella pesante leggerezza di un dire che non può sottrarsi in alcun modo a se stesso ma che, nel suo stesso dirsi, affoga ogni anelito di azione.
Repliche fino al 2 aprile. Informazioni allo 06-5894785.