La via crucis del sindaco in tv Sbaglia perfino il mea culpa

diChe la situazione per Marta Vincenzi sia davvero disperata, lo si capisce quando la difende Pierluigi Bersani: «Non facciamone un capro espiatorio».
Ecco, un difensore così e una difesa così, fanno capire che per Marta - che pure insiste: «Non penso alle dimissioni» - non ci sono più margini, che gli spazi per spiegare o, quantomeno, provarci sono finiti. E le parole del segretario del Pd a In mezz’ora di Lucia Annunziata su Raitre sono solo l’inizio di una pervicacemente cercata esposizione mediatica che coinvolge reti pubbliche e private, nazionali e locali. In un crescendo che avrebbe dovuto costituire la ripartenza del sindaco per difendere le sue ragioni e che si trasforma invece in una lunga serie di stazioni da rosario mediatico, in cui la croce di Marta sono le sue parole, le sue certezze, il suo stesso carattere che la porta a non mollare mai, a difendere sempre il punto. Anche quando il (suo) punto è indifendibile, come ieri.
La Via Crucis sotto le telecamere è, anche iconograficamente, fotografata alla perfezione dal viso dolente della sindaco di Genova intabarrata in quella giacca a vento con il cappuccio con cui si presenta in via Fereggiano, come una penitente medievale, nel luogo della morte, memore dello scorso anno quando venne contestata per essere rimasta a Bruxelles nei giorni dell’alluvione di Sestri Ponente. Nuova strategia, stesso risultato. Fischi e l’urlo: «Dimissioni». E poi Primocanale e poi Telenord e poi il tg regionale della Liguria e poi il talk show domenicale di Canale 5 e poi quello di Raiuno. A ogni stazione una dichiarazione, a un certo punto, a Domenica 5 anche la prima, parziale, ammissione di colpa: «Non ho detto che non ho responsabilità, avrò sempre le vittime sulla coscienza io per prima».
Ma è solo un falso allarme, perché Marta, quasi una Jessica Rabbit della cattiva comunicazione, che riesce sempre ad apparire peggio di quello che è, inizia a inanellare una serie di errori che a uno studente costerebbero un tre in pagella. E, per una prof, preside addirittura, è ancor più grave. Dice che «la prossima volta che danno l’allerta 2» non si limiterà alle previsioni che indica la protezione civile, ma «chiudo proprio tutta la città», dimenticando che con la stessa identica indicazione di allerta 2, in mezza Liguria, da Sanremo a Finale Ligure hanno chiuso le scuole senza pensarci un attimo. Poi lì non ha piovuto? Meglio così. E, poi, in continuazione, riferimenti burocratici ai «protocolli» della Protezione civile. E, ancora, la frase: «Quello che è successo, avrebbe dovuto essere segnalato come “disastro” e non come “allerta 2”». Piccolo particolare: in Liguria, per indicare i disastri, oltre l’«allerta 2» non c’è niente. Mica finita: «Quest’anno l’“allerta 2” ci è stato segnalato sei volte». In realtà, come precisa dalla Regione l’assessore alla Protezione civile Renata Briano, l’allerta 2 sull’acqua è scattato tre volte. La prima c’è stata l’alluvione di Sestri, la seconda quella sullo spezzino, la terza era questa. Serve altro? Si continua così, fino a L’Arena dove Marta, come un san Sebastiano della tivù, si espone alle contestazioni per strada, a quelle del plotone di esecuzione in studio, da Klaus Davi a Mario Tozzi, e persino a quelle di Massimo Giletti, che sbotta, mai così agguerrito.
Lei ribatte e, a un tratto, parla del taglio dei fondi del governo.
Titoli di coda, per l’Arena e per Marta.