Crudele come Tyson e grandioso come un dio "Voi parlate, io gioco"

Mezz’ora di one man show sotto il diluvio per prendere possesso del suo regno e mettere a tacere chi ha dubitato della sua tempra di campione. Un angelo salvatore determinato come un killer

Parma - Sembrava Tyson dopo aver steso un avversario: un sorriso crudele spuntava dal luccicchio del dente d’oro. Sembrava Zeus sul monte Olimpo, mentre intorno a lui zampillavano fulmini e saette. Cattivo e inaffondabile. Imponente come un Nettuno che sorge dalle acque, devastante come un pescecane a caccia di una preda. I trenta minuti da one man show di Zlatan Ibrahimovic sono stati spettacolo da brivido, da goduria calcistica. Due gol e uno scudetto consegnato alla squadra e ad un popolo che, qualche volta, hanno creduto di poter fare a meno di lui. Non è stata una vendetta, nemmeno un atto d’orgoglio per sparare nel mucchio delle illazioni che hanno accompagnato le ultime assenze. È stata una presa di possesso del suo regno: il re sono io, ha annunciato mettendo naso in campo e sparando contro il portiere il primo pallone capitatogli fra i piedi. E adesso lo vedrete, ha fatto intendere con quello sguardo da eterna sfida, con la cattiveria che gli traversa gli occhi quando sente che la partita diventa sfida da strada, ghetto contro ghetto.

Meravigliosa ballata sotto il diluvio, cominciata poco dopo le quattro del pomeriggio. L’Inter si stava ancora affannando nella rincorsa di questo scudetto che pareva maledetto. Sei minuti della ripresa ed eccolo di nuovo in campo, fascia intorno ai capelli, numero otto sulle spalle, uno sguardo alla compagnia, un occhio a quelli dell’altra sponda, poi subito intimidatorio e rapace: spara una palla, poi un’altra, infine quella buona. Mani levate appena dieci minuti dopo essere entrato in campo. Mancava all’Inter da quasi due mesi (29 marzo), mancava al gol da oltre due mesi (8 marzo rigore contro la Reggina). Mancava al calcio. Eppoi è stato Ibra boom boom, ci ha provato, riprovato, ha sbagliato, infine ci ha preso di nuovo, scaraventando in porta pallone, rabbia, determinazione, voglia di far male al mondo. Lavoro da killer durato esattamente 27 minuti.

Mancava solo un siluro alla collezione. E lo ha riservato ai soliti nemici accreditati dall’Inter. «Voi parlate, io gioco», ha mugugnato ai giornalisti. «Dedico lo scudetto al Corriere dello sport», ha sottolineato, ricordando un’inchiesta la cui domanda non gli era piaciuta («E se Ibra non fosse un fenomeno?»), e un titolo («Non sono ancora riusciti a far vincere lo scudetto all’Inter») che ha tolto la parola, nel senso di silenzio stampa, a tutti. Beghe da cortiletto condominiale. Un grande campione dovrebbe starne alla larga, ma Ibra non ha l’aplomb dello svedese, semmai la tigna di chi preferisce il muso contro muso, magari pugni sotto il naso. Ci sta in un sangue misto nato da padre bosniaco e madre croata. Almeno ieri avrà messo d’accordo tutti: tempra di campione, uomo che finalmente ha risolto da solo. Era l’accusa che gli ballonzolava intorno fin dall’anno passato, quando segnò 15 reti in campionato ma nessuna in Champions. Quest’anno teneva a smentire tutti, non ce l’ha fatta. Doveva essere la stagione da Pallone d’oro, ha rischiato di sentirsi dare della palla di piombo.

Annata cominciata alla grande: gol in serie in campionato, doppiette su doppiette. Fine anno con squilli di tromba: la Svezia lo elegge sportivo dell’anno. L’Inter comincia a proporgli un contratto più vantaggioso. Sereno, diventato variabile qualche mese dopo. Sono cominciati i problemi fisici. La gamba destra, operata in estate, funzionava bene, ma intanto ha cominciato a far cilecca il tendine rotuleo del ginocchio sinistro. Con il passare del tempo, Ibra è diventato un giocatore qualunque, sempre meno deciso e soprattutto decisivo. Sono affiorati problemi, anche interni. Mancini l’ha difeso e quello gli ha tirato un paio di sberle verbali, non gradendo una sostituzione. Moratti gli ha proposto un contratto e il procuratore ha preferito alzare la posta.

L’Inter si è messa a zoppicare e a dissipare il gruzzolo in classifica. In marzo è nato Vincent, il secondogenito. Fiocco azzurro che non gli ha fatto digerire qualcosa d’indigesto in nerazzurro. Eppure l’Inter gli è sempre stata nel cuore. Lo raccontava un giorno: «Eravamo 3-4 amici e ciascuno aveva a cuore una squadra. Una cosa d’istinto: in Italia la mia squadra era l’Inter». Ma ora l’Inter non è più un fatto di cuore. Qualche mese fa, Ibra ha chiesto di evitargli altre figuracce, ha tirato il freno per andare a curarsi in Svezia. E la squadra ha rischiato di andare a perdere lo scudetto. Mancini ha fatto buon viso, ma solo quello.

C’era un modo per riscattarsi. Ibrahimovic lo ha capito, è tornato, si è allenato una settimana. Ha colpito. Due gol che portano il gruzzolo a 17 reti, quante mai ne ha segnate in Italia in campionato. Ne realizzò 16 nel primo anno con la Juve. Anche stavolta è stato scudetto, ma dovrebbe rimanere sulle maglie nerazzurre. Il Parma è un suo portafortuna. Fu lui a segnare il gol dell’ultimo successo nerazzurro al Tardini prima di ieri. Al Parma aveva realizzato l’ultimo gol in azione di questa sua stagione. Era gennaio a San Siro e Ibra si scatenò nel rush finale: un rigore a due minuti dalla fine per pareggiare il conto e la zampata all’ultimo attimo, nel recupero, prima del fischio per acchiappare vittoria e 3-2. Una delle solite storie nerazzurre da cuore in gola. L’altra volta Ibra fu un demonio devastatore, stavolta un angelo salvatore. Ma con il sorriso di Tyson.