La crudeltà non è in video ma nei cuori

La rappresentazione della violenza la moltiplica? Dunque riducendo le immagini violente, la loro riproduzione mediatica, nei video, film, o narrazioni varie, potremmo costringerla a contrarsi, a sparire? Se fosse così, sarebbe bellissimo. Un po’ di buona volontà, di cooperazione, qualche leggina, qualche regolamento... e oplà, la violenza non c’è più, sparita, come le galline dai cappelli dei prestigiatori estivi negli alberghi delle Dolomiti, quando ero bambino. E, appunto, il prestigiatore in cambio di un gelato mi nascondeva sotto al tavolo, perché vi aprissi una botola e facessi scappare la gallina rinchiusa nel cilindro appoggiato sopra. Sono passati troppi anni, i prestigiatori mi hanno annoiato con le loro storie, sono vecchio, devo dire ciò che vedo. Osservo allora che la violenza, purtroppo, ha ben poco a che fare con la sua spettacolarizzazione. Non nasce dai video, o dalla carta stampata, ma dal cuore dell’uomo, come si era intuito da sempre, e soprattutto negli ultimi due millenni (quelli dopo Cristo).
Sarebbe come dire che il consenso a Berlusconi nasce dai video. In realtà i video, quelli Tv, o dei giochi, o dei computer non creano nulla; si limitano a mostrare ciò che di bene o di male già esiste nelle tendenze delle emozioni umane. Violento non diventerà necessariamente quello che vede troppi video horror, che comunque non aiuteranno la sua educazione sentimentale. Rischia invece di diventarlo quello che ha sperimentato la violenza distruttiva nella sua infanzia. Fin da quando era nella pancia della mamma, circondato da figure genitoriali inaffidabili, fuori controllo, a loro volta violente come dimostrano innumerevoli lavori sulle esperienze prenatali e perinatali.
La violenza, come si spiega anche in Cosmologie violente (di cui si parla qui accanto), nasce dalla paura. Se temi di essere ucciso, sei pronto a sparare per primo; è il famoso «colpo in canna» autorizzato dalla legge sulle armi americana. Ma il luogo di incubazione delle prime, profondissime paure, e quindi dei più profondi nuclei di violenza, è addirittura (non casualmente se si pensa al numero degli aborti) la pancia della madre. La psicoanalisi ha abbondantemente osservato come il mito del diluvio universale (presente in gran parte delle culture), venga associato alla rottura delle acque amniotiche. Episodio, questo, vissuto come una grande violenza, che si conclude con l’altrettanto violenta espulsione dal corpo della madre, in cui per lunghi mesi si era sviluppata la vita, ed anche le prime strutture della persona umana (a questi forti scenari è dedicato, tra l’altro, il recente L’origine della paura, Edizioni Magi, dello psicoanalista svizzero Franz Renggli).
Il fatto che la paura, e la violenza che essa genera, affondino le loro radici nel corpo (e nel cuore che le conserva), non offre dunque ricette facili. In compenso, però, ci può liberare da alcuni problemi inutili. Confermandoci, per esempio, che la violenza c’entra poco coi discorsi, ed anche con le immagini. È meno un problema del Ministero della Cultura insomma, di quanto lo sia di quello della Sanità, e naturalmente della Giustizia. Giustamente il diritto postmoderno non bada alle sensibilità, ma alle vie di fatto. Aiutare davvero le donne che non vogliono abortire, curare veramente i folli, garantire la sicurezza dei cittadini, sono tutte iniziative che, proteggendo i corpi degli esseri umani, affrontano la violenza, più di mille discorsi sulle diverse violenze mediatiche.
Bersaglio della violenza sono i corpi. Proteggiamoli, mettiamoli in sicurezza, e ridurremo la violenza.