Cruise, Streep e Redford in cerca dell’America smarrita

Fuori concorso "Lions for Lambs", il film che si interroga su ideali e guerra

Roma - A metà Festa, con le truppe cammellate dei cinematografari, che ondeggiano nel «Bettinorum» (l’Auditorium, ribattezzato in quanto satrapia del senatore Goffredo), due pezzi da novanta tonificano er core (business) de Roma. Robert Redford e Tom Cruise, celebrità Usa, rispettivamente regista e interprete di Lions for Lambs («Leoni per agnelli», dal 14 dicembre nelle nostre sale), presentato fuori concorso, col loro film pongono una domandona: per quale ideale combattere, vivere, morire? «In America si girano film d’azione, con molti effetti speciali, pochi toccano temi, con derivati visibili in tutto il mondo. In giro non ho visto tanta qualità e, poi, il mio film tratta argomenti più profondi della guerra in Iraq. Inoltre, mi ha impressionato il fatto che lo sceneggiatore, Matthew Michael Carnahan, sia stato a lungo in prigione, uscendone con questo scritto», esordisce Redford, settantuno anni di grinta democratica, rimpannucciati in jeans, cardigan e mocassini.

L’avevamo appena rivisto scherzare con l’altra coetanea ben tenuta, Jane Fonda, nel brillante A piedi nudi nel parco (gli spezzoni del film son «passati» ieri, insieme ad Hanoi Jane), che l’attore, regista e fondatore del «Sundance», quotato festival indipendente, si ripresenta in salsa anti-Pentagono. E pensare che la sveglia, a Robert, gliel’ha data Firenze. «Da giovane, non m’importava della politica. Ma a diciott’anni venni a Firenze, per studiare Storia dell’Arte e viaggiando in Europa, tra l’Italia, la Francia e l’Inghilterra, incontravo giovani che mi mettevano in discussione. Fu così che, quasi per caso, cominciai a guardare al mio Paese, da un punto di vista più ampio. Oggi ho figli e nipoti, che incoraggio a guardarsi intorno. Inevitabili, i mutamenti della storia. E spero che i giovani vivano il mio film come un catalizzatore», spiega l’artista di Santa Monica, dietro alla macchina da presa dal 1980, quando esordì con Gente comune, aggiudicandosi due Oscar (Miglior Regia e Miglior Flm). Ma di che cosa parla Leoni per agnelli, che nel titolo chiede: chi è il leone e chi l’agnello, tra i soldati inviati al fronte e i generali nella stanza dei bottoni? La storia corale intreccia vari soggetti, ognuno a suo modo coinvolto nella lotta al terrorismo, dichiarata dagli Stati Uniti. C’è il senatore Irving (Tom Cruise), che cerca di piazzare la propria strategia innovativa a una giornalista televisiva (Meryl Streep). C’è un professore idealista (Robert Redford), che vuol convincere uno dei suoi migliori allievi a cambiare il proprio percorso esistenziale. E ci sono due giovani (Michael Pena e Andrew Garfield, ieri presenti al lancio del film), arruolati nell’esercito americano, per dare scacco al terrorismo, per trovarsi poi a combattere sui monti nevosi dell’Afghanistan. Non sarà che, a trent’anni da Il Candidato e Tutti gli uomini del Presidente, Robert Redford ama criticare i governi di casa sua, dichiarando guerra a chi fa la guerra? «Non credo nel cinema come mezzo di propaganda: dev’essere, innanzitutto, intrattenimento. Ma, come cittadino e come artista, voglio trasmettere ciò che sento: amore per il mio Paese. Sono fortunato, ad essere americano. Ma sono sotto gli occhi di tutti le cose che accadono da noi. Per dirla con Clinton: quel che c’è di sbagliato, si può correggere con quel che c’è di giusto», conclude Redford, ricordando che al suo festival si fa a meno delle star. Meno serioso, Tom Cruise, in nero totale e con i capelli laccati da bambolotto, si è profuso in lodi per «Bob». «A un certo punto, Redford e la Streep erano inquadrati come nel film La mia Africa ed io, per l’emozione, non riuscivo a staccare gli occhi da loro. Ho studiato la carriera di Bob, sempre in prima fila e all’avanguardia, col suo Sundance, notando che riesce sempre a comunicare idee importanti, in modo appassionato», attacca Cruise, ammiratore non solo del profilo di Meryl Streep, ma anche di Walter Veltroni, suo sponsor al matrimonio di Bracciano con Katie Holmes. «Non conosco i festival, fuori dagli Usa. Ma il fatto che il sindaco di Roma sia riuscito a organizzarne uno qui, è un successo». Però, nella capitale è un successo pure tornare a casa (incolumi).