Cruz, con metodo, convince Mourinho

Al nerazzurro che non sbaglia mai, basta un ritaglio di partita per segnare. E adesso lo Special One gli darà un posto da titolare

A Bologna era diventato un mito, ogni volta che toccava la palla gli gridavano Soooccciaaaa, Crusz! E poi battevano le mani. Adesso gli scrivono sul blog: Julio torna, facci sognare.

Aveva giocato nel River e prima ancora nel Banfield dove lo schieravano come terzino. Il dottor Giuseppe Gazzoni Frascara non era rimasto impressionato dalle relazioni degli osservatori ma dalle sue reti, 44 in 86 partite, diede 8 miliardi al Feyenoord e se lo portò a casa, c’erano l’avvocato Luca Cordero di Montezemolo vicepresidente onorario e Francesco Guidolin in panchina. L’impatto al Dall’Ara non fu fulminante. I tifosi credevano che il Bologna avesse comperato un mediano, poi, quando gli spiegarono l’operazione, speravano solo che fosse un po’ meglio di Nicola Ventola in attesa che maturasse Cipriani. Ma quando lo videro la prima volta li fece ridere. Buon segno. Dinoccolato, volto verdastro, colpiva il pallone e poi l’ottanta per cento delle volte cadeva da solo, sembrava stremato prima ancora di cominciare, e vicino a Beppe Signori sfigurava di brutto, uno tutto scintille e discussioni, lui tremulo e taciturno. Ma a Santiago de Estero, dove è nato, spesso e volentieri ci sono quaranta gradi all’ombra, calma, ogni movimento costa fatica. Così, quando Moratti arrivò per portarselo via, Francesco Guidolin minacciò le dimissioni. Frascara gli disse che lo aveva venduto al doppio, Guidolin voleva andarsene ugualmente.

Adesso lo hanno definito l’attaccante di scorta più prolifico del mondo e a tanti non suona proprio come un complimento. «Qual è il mio segreto? Io devo solo farmi trovare pronto quando entro in campo», era il 12 marzo 2005, anticipo all’Olimpico contro la Lazio, 1-1, gol suo in rimonta a venti dal termine. È la domanda che gli fanno tutti, è la solita risposta che continua a dare dopo il gol. Con l’Inter in campionato è arrivato a 49 in 118 presenze, spesso ridotte a una manciata di minuti, con Cuper, Zaccheroni, Mancini e adesso Mourinho. Un giorno gli hanno chiesto cosa fosse per lui la vita e ha risposto così: «Credo che nella vita debba contare più la qualità delle cose che la quantità». E non parlava di calcio o di minuti giocati.

Dice anche che l’Inter ce l’ha dentro, ha sempre una parola deliziosa per Giacinto Facchetti, con la famiglia Moratti c’è un rapporto diretto. Con il presidente a Forte dei Marmi, con la signora Bedy in giro per l’Argentina a mostrarle i progressi dell’Opera di padre Mario, fondata dal prete José Mario Pantaleo a favore dei bambini poveri di Gonzales Catan nel distretto di Matanza, provincia di Buenos Aires, un’area con un indice di povertà e disoccupazione tra i più alti dell’Argentina. Sempre con la famiglia al seguito: «Dedico sempre tutte le cose belle che mi succedono a loro». Delfina la piccola, Juan Manuel il più grande, la signora Lorena che per seguirlo ha abbandonato il tennis che praticava da professionista. Adesso Mourinho gli ha promesso che giocherà anche dal primo minuto, in giro dicono che da grande farà il dirigente all’Inter.