Cruz, il precario del gol vero Adriano dell’Inter

L’attaccante più snobbato è l’uomo decisivo dei nerazzurri

Riccardo Signori

L’hombre non è un’ombra. Anche se pensi: Adriano, Martins, Recoba, Vieri finché c’è stato. Eppoi... già c’è anche Cruz. Niente affatto. Ormai il ritornello è nella testa di tutti: per fortuna che c’è il Ricardo. Julio Ricardo Cruz oggi è il miglior cannoniere dell’Inter e, a detta degli allenatori, il giocatore che tutti vorrebbero in squadra. Se, in campionato, Adriano ha segnato cinque gol in dieci mesi, lui ha fatto pari in 42 giorni. Se Adriano sbiella, se Martins dorme, se Recoba è svagato, lui toglie la tuta e gioca. E l’Inter qualche volta si toglie dai guai. Cruz è il precario che ti rende meno precaria la vita calcistica. Anche se non smette mai di pensare da precario. «Sono contento perché faccio un altro compleanno a Milano. Passano gli anni e sono felice di esser qui all’Inter», lo ha raccontato non più di una decina di giorni fa, ovvero il 10 ottobre, data del trentunesimo compleanno.
In questo dire si raggrumano due modi di essere: l’allegria velata dalla vena languido-triste sudamericana. Un po’ come quando sta in campo. Dinoccolato e quasi distante, assente più che assenteista, salvo infilare guizzi felici nel mezzo delle difese. Oggi Cruz è anche il miglior cannoniere del campionato, se rapportiamo la media minuti giocati al numero delle segnature. Ma questa è la grande arte del precario e la difficile arte della sopravvivenza calcistica: sfruttare tutto e sfruttare sempre. Merito di intelligenza propria, quella che fa splendere anche nel gioco, e di insegnamenti altrui. La strada di Cruz è stata lunga. Sentite un po’: «Come calciatore sono cresciuto sotto due allenatori in Argentina: Oscar Lopez e Oscar Armando Cavallero, che poi ho ritrovato nel primo anno all’Inter con Cuper. Al River Plate ho avuto Ramon Diaz: per la prima volta ho giocato in un grande club ed ho vinto due scudetti. Sono arrivato in Europa e sono stato tre anni in Olanda, nel Feyenoord, dove mi sono trovato bene, ma calcisticamente ho imparato molto di più a Bologna. Guidolin mi ha insegnato tanto dal punto di vista tattico».
All’Inter ha messo a frutto, nel poco tempo avuto a disposizione. Quando c’è un’emergenza ecco Cruz, anche se Mancini lo vorrebbe più spesso titolare che riserva. Gli piace come gioca, come sa giocare con gli altri e rendersi utile. Capisce istintivamente le necessità della squadra. E i conti nerazzurri tornano: nei precedenti due anni el Jardinero ha realizzato 21 gol in 48 partite tra campionato e Champions e non tutte giocate per intero. Oggi è arrivato a sei gol, due dei quali (con Artmedia e Udinese) assolutamente decisivi. Ci sarebbe il tanto per gonfiare il petto, ma Cruz è un tipo mai fuori dalle righe. Perfino strano. Suol dire che preferisce parlare quando le cose vanno male. «Quando tutto va bene e magari segno gol, meglio star zitto. Se serve, parlo quando siamo in difficoltà». Un salvagente per tutte le occasioni: con i piedi e con la lingua.
Tutto ciò si sposa con il suo modo di essere ed anche di conquistare le persone: serietà, professionalità, capacità di non essere mai fuori posto. Impossibile che ti chieda l’ora di un allenamento. La sa da solo, raccontano all’Inter. Mai che dimentichi qualcosa: dalla cravatta della divisa sociale al dentifricio. Racconta che è stato molto più difficile ambientarsi in Olanda che in Italia, ed ora non ha voglia di lasciare l’Italia. E neppure Milano. Il contratto con l’Inter scade nel giugno 2006. Questa estate è stato uno dei giocatori nerazzurri più ricercati: Barcellona, Monaco, Fiorentina, Roma, tanto per citare. Cruz non vive di solo calcio, come non vive di soli gol quando è in campo. Però il suo girovagare l’ha fatto più forte nel morale ed anche nelle convinzioni. Per questa ragione ai suoi amici ripete spesso: «L’Inter è difficile da conquistare, ma ancora più difficile da lasciare». E glielo sta dicendo a suon di gol.