C.S. Lewis sorpreso dalla gioia e dal dolore

Dopo Harry Potter è stata la volta di Tolkien. Dopo Tolkien, sembra che sarà la volta di C.S. Lewis (1898-1963), il suo grande amico. Grazie al maghetto le cui avventure procedono come un videogame, il cinema ha recuperato i due grandi autori che, per gioco o per amore, hanno inventato il fantasy, nascondendo nelle pieghe di un bizzarro medioevo simbolico i contenuti della fede cristiana.
Oltre alle Cronache di Narnia - il libro che sta per diventare un kolossal cinematografico - e alle celebri Lettere di Berlicche, di Lewis conosco bene Sorpreso dalla gioia, Le due vie del pellegrino e lo struggente Diario di un dolore, scritto nei mesi che separarono la morte della moglie dalla sua propria. La sola novità sostanziale, rispetto a questi testi, è quella che ci viene dalla collana Bur-I libri dello spirito cristiano, che pubblica una breve ma molto interessante raccolta di inediti (C.S. Lewis, Prima che faccia notte, a cura di E. Rialti, pagg. 140, euro 8,20).
Il libro, pur risentendo di una certa fretta redazionale, è di grande interesse anche al di là dei cultori di Lewis, e ci fa entrare in una delle officine creative più interessanti dell’intero XX secolo. I racconti che aprono l’antologia, comprendenti l’inizio di un romanzo appena abbozzato, ci introducono al metodo dello scrittore. Ne L’uomo nato cieco, ad esempio, si racconta la storia di un cieco dalla nascita che, recuperata la vista, vuole vedere la luce, e si accorge che nessuno gliela sa indicare. Ma, se nessuno sa che cos’è, a che serve avere riacquistato la vista? L’uomo si rende conto che la sua precedente vita da cieco gli offriva un rapporto con la realtà migliore di questo. Dove trovare la luce?
Qui, Lewis ci comunica la naturalezza del paradosso. La luce che l’uomo cerca è, sì, soprannaturale, ma lui la cerca come l’unica cosa in grado di farci vedere le cose concrete. E la memoria corre alla Vocazione di Matteo del Caravaggio. È la stessa luce. C’è poi un racconto inferiore artisticamente, ma pieno di spunti geniali, Le terre vaghe, dove un uomo compie un viaggio nella coscienza di un’altra persona, e scopre l’ottusità del cosiddetto «mondo interiore», con la vertiginosa chiusa: «E cosa mi succederebbe se, in un’altra occasione, io non fossi l’esploratore ma l’esplorato?».
Il romanzo Dieci anni dopo, di cui Lewis scrisse le prime pagine, si fonda sull’idea comica che Elena, dopo dieci anni di guerra, sia diventata brutta. Anche qui, la vertigine di un paragone: la bellezza è il senso, coincide con esso. Ma come può reggere all’insulto del tempo, all’umana tendenza verso il basso? Il libro continua con altri testi, tra cui spiccano alcune lettere e due bellissimi saggi, Il veleno del soggettivismo e Il cielo.