Il Csm aggira il Quirinale e boccia il «salvaprocessi»: provvedimento irrazionale

da Roma

La lettera di Giorgio Napolitano piomba nel plenum, riunito in seduta straordinaria per votare il parere sul decreto-sicurezza con la bocciatura degli emendamenti sospendi-processi. E il Csm subito si schiera in difensiva. Dopo aver letto a tutti soprattutto quel passaggio sul «vaglio di costituzionalità» che non spetta a Palazzo de’ Marescialli, il vicepresidente Nicola Mancino assicura che il Consiglio ha ben presenti confini e portata delle sue competenze. Così come i suoi poteri, compreso quello di esprimere pareri, anche non richiesti, al Guardasigilli. «Non siamo e non vogliamo essere una terza Camera, né una seconda Consulta, ma rivendichiamo il diritto di essere ciò che il legislatore ci impone». E fa un riferimento polemico al dibattito su una riforma del Csm, «avvertita o minacciata», per ribadire che l’organo di autogoverno delle toghe non vuole «né andare oltre i suoi confini, né autoconfinarsi». La sua interpretazione del messaggio di Napolitano si traduce in ringraziamenti al capo dello Stato, per aver «difeso il ruolo del Csm» e anche per aver ricordato che la «discrezione» è una caratteristica importante per i membri del Consiglio. Anche lui l’ha fatto ma tardivamente, mentre impazzava la polemica sulle ampie bozze del parere in circolazione.
C’è molta irritazione, soprattutto fra i togati del Csm, che si chiudono a difesa della corporazione. E il voto finale è prevedibile: solo i 2 laici del Pdl, Gianfranco Anedda e Michele Saponara, votano contro, mentre in 21 sono a favore. Si astiene il laico dell’Udc, Ugo Bergamo, che vota un suo documento alternativo più soft. I togati di Magistratura indipendente propongono aggiustamenti tecnici, che non passano.
Tra i sì c’è quello di Mancino, che prima della chiusura dell’assemblea difende tra gli applausi una magistratura «sana», cui non si possono attribuire i mali della giustizia di cui sono responsabili soprattutto i politici. Risponde al durissimo attacco di Anedda, che ha accusato il Csm di aver «debordato» dai suoi compiti, esprimendo «giudizi politici»; di invocare il principio costituzionale della «ragionevole durata del processo» dimenticando che tanti magistrati sono la causa dei ritardi della giustizia; di difendere sempre le toghe, anche magistrati come Adriano Sansa, che invita a «disobbedire alle leggi». «Il Presidente della Repubblica - sottolinea - ha detto che al Csm non spetta il vaglio di costituzionalità. Avevamo ragione a lamentarci». Il laico di An sostiene che per il Consiglio «il magistrato ha sempre ragione, anche quando ha torto, come diceva Longanesi». E accusa i togati del Csm di aver rotto il clima di dialogo per esprimere «una contrarietà pregiudiziale e di natura politica al governo». «Questo parere non è accettabile perché è antigovernativo, concorda Saponara.
Il clima è aspro, nella sala Bachelet. E il più agguerrito, sull’altro fronte, è Livio Pepino (Magistratura democratica), il relatore del parere insieme a Fabio Roia (Unicost). Dice che la fuga di notizie è stata «interessata e non casuale», per ledere il prestigio del Consiglio. Attacca, per difendersi dalle critiche, denuncia «una crescente ed esibita insofferenza verso il Consiglio e il pluralismo delle istituzioni, di cui è espressione». Ripete: «Noi siamo fedeli al compito che la Costituzione ci affida, ma segnalare profili di contrasto delle leggi con la Carta è nostro potere-dovere». Per le norme su sicurezza, mafia, immigrazione il parere esprime molti apprezzamenti e poche critiche «tecniche», ma negli ultimi 3 punti le norme sospendi-processi vengono censurate per «irrazionalità», «incongruità», «irragionevolezza». La parola «incostituzionalità» non compare, ma sono frequenti i riferimenti ad articoli della Carta. Pepino sostiene che il passaggio sulle priorità dei reati ricalca il parere dato un anno fa all’unanimità dal Csm all’allora ministro Mastella, sulla circolare Maddalena. E se per Cicchitto il documento è «di una gravità straordinaria», per Gasparri il Csm è «diventato un presidio militante».