Csm, Brigandì rischia il posto per un sospetto: «È la talpa»

RomaPrima la perquisizione, poi i sigilli della polizia giudiziaria alla porta dell’ufficio di un componente del Consiglio superiore della magistratura. È un’iniziativa dai contorni decisamenti clamorosi quella della Procura di Roma nei confronti di Matteo Brigandì, consigliere laico del Csm, organo di rango costituzionale verso il quale è sempre stato invocato rispetto e prudenza.
Brigandì è indagato dalla procura di Roma per abuso d’ufficio in relazione all’inchiesta per la quale è stata eseguita una perquisizione nell’abitazione della cronista de Il Giornale, Anna Maria Greco. Un’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani, partita da una segnalazione fatta dal Consiglio superiore della magistratura. Brigandì, secondo l’accusa, avrebbe passato documenti alla giornalista e permesso di acquisire la notizia della presenza di un fascicolo del Csm su Ilda Boccassini. Il provvedimento è stato disposto per la presunta violazione dell’articolo 323 del codice penale, quello relativo all’abuso d’ufficio. Brigandì nei giorni scorsi aveva ammesso di aver visionato il fascicolo sul procedimento disciplinare del magistrato milanese ma aveva aggiunto di averlo restituito agli uffici di Palazzo dei Marescialli dopo pochi minuti, escludendo di aver mai passato le carte ai giornalisti. «Ovviamente non sono stato io - aveva detto - e se qualcuno sostiene questo ne risponderà nelle sedi legali possibili». Lo stesso Brigandì, aveva chiesto la settimana scorsa al vicepresidente Csm, Michele Vietti, di far luce sull’episodio. E ieri ha evitato ogni dichiarazione trincerandosi in un secco: «Non so nulla e non ho niente da dire».
Brigandì - ex democristiano, ex socialista poi leghista, ex avvocato di Umberto Bossi - rischia ora di essere sospeso dalla carica di consigliere del Csm. L’articolo 37 della legge del 1958 istitutiva del Csm prevede infatti che ogni consigliere del Csm può essere sospeso se sottoposto a un procedimento penale per un delitto non colposo. Si tratta dunque di un provvedimento facoltativo, mentre la sospensione è «di diritto», cioè automatica nel caso in cui un componente del Csm sia sottoposto alla custodia cautelare o arrestato. La decisione nei casi facoltativi spetta allo stesso organo di autogoverno dei magistrati. Ma i segnali che arrivano lasciano prefigurare un atteggiamento di grande severità verso Brigandì che potrebbe anche decadere dalla sua carica. Nella serata di ieri, infatti, il Comitato di Presidenza del Csm, ha ratificato la denuncia presentata dalla Segreteria Generale alla Procura e ha aggiunto che ora «si riserva l’adozione di ogni eventuale ulteriore provvedimento di sua competenza». Anche se, ovviamente, bisognerà attendere l’esito dell’inchiesta giudiziaria.
Nessun commento dal Guardasigilli, Angelino Alfano. Chi prende posizione sono invece sei deputati del Pdl e membri della Giunta per le Autorizzazioni a procedere - Enrico Costa, Fabio Gava, Antonio Leone, Maurizio Paniz, Jole Santelli e Francesco Paolo Sisto - che chiedono alla magistratura di evitare doppiopesismi. «Rispettiamo le scelte della magistratura, quando suffragate da riscontri probatori, ma ci auguriamo che identico trattamento, indagini e perquisizioni vengano fatte nei confronti di coloro che hanno diffuso notizie, stralci e passi di intercettazioni, deposizioni, interrogatori legati all’inchiesta contro Silvio Berlusconi».