Il Csm caccia il giudice-lumaca di Gela

Edi Pinatto non vestirà più la toga: ha provocato la scarcerazione di sette boss mafiosi quando operava a Gela. La Cassazione: "Ritardo da record"

Roma - Rimozione, è la drastica sentenza del Csm per il giudice Edi Pinatto. Quello che impiegò 8 anni a depositare una sentenza, provocando la scarcerazione di 7 pericolosi mafiosi del clan Madonia, malgrado avesse già subìto due sanzioni disciplinari da Palazzo de’ Marescialli. Ora deve lasciare la magistratura perché non è degno di vestire la toga.

È una decisione esemplare quella della sezione disciplinare del Csm, presieduta da Nicola Mancino, su un caso che ha suscitato a marzo anche l’intervento di Giorgio Napolitano (presidente del Csm come Capo dello Stato) e ha ammonito a non consentire «mai più» vicende come questa. L’organo di autogoverno della magistratura accoglie la richiesta del Procuratore generale della Cassazione che, lanciando con estrema durezza le sue accuse, avverte: «Pinatto sembra un pulcino bagnato, ma è abbastanza scafato. Nella sua sentenza di centinaia di pagine ci sono molte “furbate”. E il suo ritardo rimane un record in Italia, forse nel mondo».

Non fa sconti Eduardo Scardaccione nella requisitoria. «Il ritardo è gravissimo, abnorme, ingiustificato e ha comportato danni irreversibili, ledendo l’immagine e la dignità della magistratura». Il Pg ricorda che Pinatto ha depositato altre due sentenze dopo 7 anni e smonta, pezzo per pezzo, quella incriminata. Lunghe divagazioni giuridiche (compresi atti di un convegno) e poi centinaia di pagine di inutili informazioni: 63 per raccontare il fatto, 50 per riportare integralmente tutte le dichiarazioni, 80 per elencare gli interventi investigativi, 300 sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, altre decine per parlare dei «pizzini» del boss Provenzano. Il tutto con un forsennato «copia e incolla», privo di qualsiasi analisi. Soprattutto, perdendo di vista l’obiettivo concreto di assicurare in termini «ragionevoli» l’accertamento della giustizia. «Ci volevano 8 anni per scrivere queste 775 pagine o bastavano 8 giorni al computer?», chiede Scardaccione. E il relatore, Giovanni Maria Berruti, dice a Pinatto: «La sua sentenza ha una tecnica di redazione inconsueta. Lei conosce la differenza tra sentenza e libro, saggio giuridico?».
L’incolpato è livido, scuote la testa, ma davanti al tribunale delle toghe non appare come un qualsiasi scansafatiche, conscio dei suoi errori. Vuole avere ragione, insiste, puntiglioso, quasi nel dar lui lezioni di diritto agli altri. Sembra sicuro di sè, si difende da solo più che affidarsi all’avvocato, dalle accuse di «narcisismo giuridico». Rivendica l’importanza dei processi affidatigli al tribunale di Gela e il carico di lavoro dopo il trasferimento a Milano. Viene anche zittito, quando cerca di interloquire senza permesso. Ma alla fine viene schiacciato dall’enorme peso delle sue mancanze, che non hanno giustificazioni di sorta.

Via dalla magistratura, dunque, Edi Pinatto. E che serva da esempio a quelli come lui che ingolfano il lavoro giudiziario, gettando ombra sui magistrati che lavorano seriamente. L’ex magistrato ora dovrà rispondere dell’accusa di rifiuto di atti d’ufficio del gup di Catania nel processo con rito abbreviato, in cui il pm ha chiesto una condanna a 8 mesi, con sospensione della pena. Ma potrà sempre impugnare davanti alle sezioni unite della Cassazione, la sentenza del Csm. Se ha questo coraggio.