Csm a due facce sulle pecore nere

I l Consiglio superiore della magistratura, che solitamente dormicchia e quasi sempre assolve, ha deciso alfine, l’altro ieri, di ruggire e ha sperimentato sul gip Clementina Forleo un’inconsueta capacità di censura. E si fosse fermato alle parole, no, ha stabilito che la pecora nera deve andarsene da Milano. Dopo meno di 24 ore, lo stesso Csm ha deciso in via definitiva che il pm, già di Catanzaro, Luigi De Magistris andrà a fare il magistrato giudicante a Napoli. Anche lui agnellone nero.
Del gip Forleo probabilmente i frequentatori (e gli indagati) del palazzo di giustizia ambrosiano non rimpiangeranno il piglio volitivo e i detti memorabili e tuttavia colpisce il lessico sprezzante usato dal Csm per il magistrato: «Marcata carenza di equilibrio», «condotte vittimistiche», «personalizzazione abnorme». Possibile che la dottoressa Forleo abbia monopolizzato per sé, e moltiplicato per mille, quelle che sono le colpe di non pochi esponenti dell’ordine giudiziario? Certo, è andata ad Anno zero concedendosi una sovresposizione che in un Paese democratico nessuna toga può avere, ma l’abuso della tv non l’ha inventato il gip Forleo. Ad altre toghe ha portato bene. Tonino Di Pietro preparò la sua carriera politica quando, ancora pm, ansante e scamiciato si presentò davanti alle telecamere per tuonare contro un disegno di legge che il Parlamento aveva tutto il diritto di proporre e di approvare. Altro che sovresposizione, quello fu un atto di rottura istituzionale, propriamente sovversivo, ma il Csm non si mosse. Così come non censurò quei magistrati di Mani pulite che ciclicamente si sovresponevano in tv e nei convegni per spiegare come si sarebbe dovuto rifare il Paese, secondo la morale superiore della quale erano gli unici custodi.
Anche con De Magistris il Csm non è stato tenero e gli ha contestato, fra l’altro, l’abuso delle interviste. Singolare.
Si ha l’impressione che Forleo e De Magistris siano stati scientemente presentati come due pecore nere affinché spiccassero fra le altre toghe, le quali per contrasto risultassero immacolate. Gli addebiti mossi ai due, ripetiamo, dovrebbero essere contestati anche ad altri magistrati. Perché questa disparità di trattamento? Bisognerebbe chiederlo al Csm, ma intanto non possiamo tacere un dubbio malizioso: forse che Forleo e De Magistris sono stati trattati con esemplare rigore perché, nella loro «personalizzazione», hanno attaccato politici di sinistra? Colpire D’Alema ed esponenti del centrosinistra è più grave che attaccare leader e dirigenti di centrodestra? C’è da riflettere.
C’è ancora un mistero. Non si capisce in base a quali criteri un magistrato ritenuto privo di equilibrio e di consapevolezza del ruolo, magari portato al vittimismo, debba essere spostato da una sede all’altra e non semplicemente messo in condizione di non nuocere. Gli si impedisce di far danni, ad esempio, a Milano, ma si accetta che possa farli, mettiamo, a Treviso o a Messina. I cittadini di queste ultime città con quale animo dovrebbero accogliere i trasferiti? E a Napoli come saluteranno l’arrivo di De Magistris?