Il Csm licenzia giudice lumaca Aveva 500 fascicoli arretrati

Ma la «bassissima produttività» del magistrato è stata considerata una malattia: nome secretato per la privacy

da Milano

Tecnicamente si chiama dispensa. Più prosaicamente è un licenziamento. Un provvedimento rarissimno, anzi unico, nella storia della magistratura italiana perché il giudice nel mirino del Csm è stato «espulso» dalla corporazione per la «scarsissima diligenza» e la «bassissima produttività» dimostrate sul campo, accumulando sulla sua scrivania uno spaventoso arretrato e dilatando a non finire i tempi della giustizia. Il 10 gennaio scorso il plenum del Csm ha deciso di chiudere i conti infliggendo alla toga milanese il massimo della pena: l’addio immediato al posto di lavoro.
Il protagonista di questa storia quasi incredibile ha operato per una vita a Milano e da moltissimi anni era alla sezione lavoro del tribunale: un punto nevralgico del sistema giudiziario ambrosiano, uno snodo per cui passano licenziamenti e sanzioni disciplinari. Sono una trentina a Milano, la capitale industriale del Paese, i giudici sulla prima linea del rapporto fra imprese e dipendenti. A Palazzo tutti conoscevano il caso della toga-lumaca: una vicenda segnalata al Csm sin dal 2001. E, a quanto pare, già oggetto nel passato di un procedimento disciplinare concluso con una condanna soft.
Questa volta però i consiglieri di Palazzo dei Marescialli hanno istruito una pratica fuori dai binari canonici del procedimento disciplinare; in sostanza il Csm ha trattato il problema come una patologia e ha segretato il fascicolo e la delibera, proprio a tutela della privacy della pecora nera, ragione per cui il Giornale non può fare nomi.
I numeri, in ogni caso, sono quelli di un disastro: nel cassetto il magistrato aveva ammucchiato 499 sentenze e fascicoli in attesa di motivazione, con ritardi di mesi o addirittura di anni sulla tabella di marcia del tribunale. Nove provvedimenti, fra quelli in stallo, erano addirittura catalogati per legge come urgenti e dunque da trattare con la massima celerità.
Niente da fare. Lui li teneva lì, fermi. «La sua storia - racconta un collega che non vuole essere citato - ci aveva creato grandi imbarazzi negli anni scorsi. Anche perché si trattava di un magistrato che non aveva il profilo classico dell’imboscato. Tutt’altro. Rimaneva tutti i giorni in ufficio otto-dieci ore, era una persona perbene, corretta, disponibile. Manifestava però una sorta di blocco psicologico: non motivava, oppure motivava e il giorno dopo buttava via quello che aveva scritto e ricominciava da capo. Mi è capitato di vedere questo sconcertante sistema in azione le rare volte in cui si decideva in équipe: un giorno una motivazione e l’indomani tutto un altro scritto. Ma queste erano eccezioni, il giudice del lavoro è quasi sempre da solo: e io capisco l’indignazione e la rabbia dei cittadini che hanno dovuto attendere a lungo, troppo a lungo, i suoi provvedimenti».
Insomma, il Csm si è trovato davanti a un macigno di inefficienza e ha dovuto intervenire. Le conseguenze però saranno limitate: oltre alla cornice di assoluta riservatezza in cui è stato analizzato il caso, ha giocato a favore del magistrato anche la procedura utilizzata; il giudice ha passato il traguardo anagrafico dei sessantacinque anni e la mossa del Csm lo costringe ad anticipare la pensione. Tutto qua.
Non subirà procedimenti di alcun genere né la sua presunta patologia verrà in qualche modo valutata ai fini previdenziali. Semplicemente, il magistrato che aveva quasi smesso di svolgere il proprio compito è stato infine licenziato, dopo un’interminabile deriva.