Il Csm: «Il nostro parere ormai è inutile»

Anna Astrella

da Roma

Innesca la polemica il depennamento, dall’ordine del giorno del plenum di Palazzo dei Marescialli, del parere sulla riforma della giustizia. La fiducia posta dal governo alla Camera sul ddl ha svuotato di significato il dibattito previsto. Ne prende atto il vicepresidente del Csm: «Con la posizione della questione di fiducia - spiega Virginio Rognoni aprendo i lavori dell’assemblea plenaria - viene meno l’utilità del nostro parere. Il Guardasigilli, infatti, a cui esso è rivolto, non ha più la possibilità di interloquire con il Parlamento sul testo della riforma che, ormai, è quella che è».
La scelta del numero due del Csm è condivisa, nel merito, da tutti i componenti dell’organo di autogoverno della magistratura. Ma ciò che a Palazzo dei Marescialli ha fomentato la discussione è la scelta del metodo seguito. Alcuni consiglieri togati sostengono che non spettava a Rognoni decidere ma all’intera assemblea. «Ho dubbi - sottolinea Giuseppe Salmè di Magistratura democratica, una delle correnti di sinistra, e tra i consiglieri di Unità per la Costituzione - sull’esistenza di un potere del vice presidente di modificare l’ordine del giorno di cui l’assemblea è padrona». Diverso il discorso sulla validità della scelta: «Ci rendiamo conto - ha aggiunto Salmè parlando a nome di tutti gli 8 togati di Magistratura democratica - che la decisione di porre la fiducia sul ddl implica che non c’è più alcuna possibilità di modifica del testo e, quindi, ogni nostra discussione sarebbe vana e inutile».
Rincara la dose Giuseppe Meliadò di Unicost: «Non ci sono dubbi doveva decidere il plenum e non Rognoni». Critici sul metodo utilizzato da Rognoni anche i compagni di corrente di Salmè, Nello Stabile e Wladimiro De Nunzio: «L’organo deliberante è il plenum - rilanciano -, toccava perciò all’assemblea prendere atto dell’inutilità del dibattito di cui siamo tutti convinti».
Così, ironia della sorte, a difendere il vice presidente del Csm restano i laici della Cdl: «Se Rognoni ha cancellato dall’ordine del giorno il parere - replica Nicola Buccico di An - vuol dire che lo poteva fare».
Anche il togato di Magistratura Indipendente Giuseppe Mammone condivide la decisione del numero due di Palazzo dei Marescialli. «Quella di Rognoni - commenta - è una determinazione legittima, adottata nella sua qualità di vice presidente».
Sempre a Palazzo dei Marescialli un altro fronte di tensione interna è stato aperto dai togati di sinistra contro i laici della Cdl. Motivo della querelle il numero legale che i colleghi del Polo la scorsa settimana avevano fatto mancare per impedire l’interferenza del parere del Csm nelle prerogative del Parlamento. I togati delle correnti di sinistra deprecano l’uso «improprio» fatto dai colleghi della Cdl della norma sul numero legale che consente a «un’esigua minoranza di componenti» di bloccare l’attività del Consiglio.
Tali critiche sono respinte al mittente dai consiglieri della Cdl, che, in una nota congiunta condivisa da Nicola Buccico, Nino Maritta, Giorgio Spangher e Mariella Ventura Sarno, ribadiscono di aver agito «nell’interesse del Consiglio e dei buoni rapporti istituzionali. Abbiamo ritenuto - concludono - che il Csm non potesse tallonare e inseguire le le dinamiche parlamentari».