Csm, ovvero Cuccagna Sicura per i Magistrati

Caro Granzotto, solo ora mi sono ripreso dal senso di schifo per quanto ci ha fatto leggere sul Csm, la testa del pesce che puzza del sistema giudiziario italiano. Purtroppo però devo constatare che lei ha dimenticato di ricordarci che il Csm ha un presidente e che quel presidente si chiama Napolitano. Il quale evidentemente ignora tutto o quasi tutto ciò che lei giustamente stigmatizza, altrimenti non avrebbe dovuto consentire la sopravvivenza di un organo tanto importante da richiedere la sua presidenza e così mal diretto. Io sono soltanto un cittadino italiano ma, se crede, la presente può farla pervenire al presidente della Repubblica, unitamente a copia del suo scritto.
Roma

Non ce n’è bisogno, caro amico Finizio: Giorgio Napolitano è perfettamente al corrente delle molte magagne del Csm. Ma è evidente che non spetta al capo dello Stato dar di ramazza nel Palazzo dei Marescialli, la sede del Csm che, quasi fosse un segno del destino, è adiacente all’hotel Champagne. Di come si trattino bene i 24 membri del Consiglio superiore della magistratura si è detto. Basti ricordare le 54 auto blu e relativi 64 autisti, a loro disposizione. Di come poi assolvano al loro compito primario, vigilare sul corretto esercizio della attività giudiziaria, è altrettanto presto detto: gli esami dei casi finiscono infatti - e questo al 99 per cento - con l’archiviazione o, al massimo dei massimi, con l’«ammonimento», cioè con una tiratina d’orecchi. Così è, caro Finizio. Bizzarro anche il metro di giudizio adottato dal Csm per definire le doti attitudinali: a una magistrata che non avendo depositato in tempo (pur avendo a disposizione 15 mesi) le motivazioni della sentenza di condanna di una ventina di mafiosi, consentendo a costoro di tornarsene uccel di bosco, il Consiglio concesse tranquillamente il nulla osta alla promozione, avendola giudicata «di elevata laboriosità», «di grande attaccamento al lavoro» oltre che in possesso di «particolari doti organizzative». Pensi lei, caro Finizio, se quelle «particolari doti» le fossero mancate: a depositare una sentenza ci avrebbe messo, minimo minimo, un lustro. D’altronde il solo nominare le parole «lavoro» e «meritocrazia» fa schiumare di rabbia e di indignazione il Csm e l’intero corpo dei magistrati. O per essere esatti, il suo onnipotente sindacato, l’Anm, per il quale e a scanso di equivoci «i controlli della produttività individuale sono inutili e controproducenti» (a questa stravagante conclusione fece eco un membro del Csm: «La meritocrazia all’interno della magistratura sarebbe la fine della sua indipendenza». Bum!).
È dunque sufficiente dare una sbirciatina all’interno del Palazzo dei Marescialli per capire cosa muova la magistratura (cioè l’Anm) a opporsi in modo intransigente a qualsiasi ipotesi di riforma. C’è il rischio, infatti, di perdere qualche privilegio, un semplice beneficio collaterale di quella consolidata cuccagna. Persino la ragione ultima del tonante «no» alla separazione delle carriere è di carattere prosaico. Il ruolo aperto - oggi inquirente, domani giudicante salvo poi tornar inquirente e via così, ad libitum - consente a tutti di far carriera e di guadagnare tanti bei soldini evitando perfino non dico di cambiar città, ma nemmeno piano nei palazzi di giustizia. Senza aggiungere che al momento l’«avanti e indrè» è franco da esami, concorsi o altri cimenti. Mentre un domani, si facesse mai la riforma, per passare da un ruolo a un altro toccherebbe sottoporsi al vaglio dell’esaminatore e per molti, moltissimi, sarebbero dolori. Perché sa come si dice, caro Finizio: sarà pur indiscussa e anzi fuor di discussione l’altissima professionalità dei ranghi della magistratura, ma sempre meglio non metterla alla prova.