Csm, salta il «processo» alla riforma dell’ordinamento

I laici del centrodestra disertano il plenum e impediscono il parere sul testo all’esame della Camera: «Abbiamo evitato l’ennesima ingerenza»

Anna Maria Greco

da Roma

L’avevano detto e l’hanno fatto. I cinque laici della maggioranza hanno fatto mancare il numero legale all'assemblea del Csm, impedendo l’approvazione di un nuovo parere sulla riforma della giustizia, che il Quirinale ha circoscritto all’emendamento Bobbio introdotto in Senato.
Nello stesso giorno dello sciopero dei magistrati contro le norme sul nuovo ordinamento giudiziario che la Camera dovrebbe approvare definitivamente la prossima settimana, la bocciatura dell’ultimo testo, bollato ancora di anticostituzionalità, da parte di palazzo de’ Marescialli sarebbe stato un chiaro segnale in sintonia con la dura battaglia dell’Anm. Ma i consiglieri della Cdl hanno bloccato quella che considerano «un'interferenza inammissibile» nel lavoro del Parlamento e il progetto è saltato. Tra le polemiche, il «rammarico e l’amara sorpresa» del vicepresidente Virginio Rognoni e le proteste dei togati di centrosinistra che accusano i laici Cdl di «grave mancanza di senso istituzionale».
Ma vediamo com’è andata. Alle 9.30 il plenum del Csm era al completo e ha iniziato a discutere le varie pratiche. Dopo mezzogiorno, mentre si avvicinava il momento di esaminare il documento proposto dalla VI commissione sulla riforma, Giorgio Spangher (Fi), Nino Marotta (Udc), Giuseppe Di Federico (Fi) e Mariella Ventura Sarno (Lega) sono usciti alla spicciolata. È rimasto seduto al tavolo circolare solo Nicola Buccico (An) che ha chiesto la verifica del numero legale, prima di lasciare a sua volta l’aula Bachelet. Rognoni ha dovuto constatare che il quorum non c’era, ha sospeso la seduta per 5 minuti, ha rifatto la conta e ha riconvocato il plenum alle 13. Inutilmente.
Questa volta, la «tattica» dei laici della Cdl si è affinata: nel 2001 avevano fatto mancare il numero legale quando il Csm voleva bocciare la legge Cirami. Ma allora lasciarono l’aula a discussione iniziata e, pur impedendo il voto sul documento, consentirono che si esprimessero le dure critiche sul provvedimento. Stavolta, invece, hanno giocato d’anticipo e l’esame non è neppure iniziato.
La critica di Rognoni è stata aspra. Pur dando atto ai cinque di essersi sempre «comportati con lealtà», il vicepresidente ha detto di non condividere le loro ragioni. «Non centra nulla la sovranità del Parlamento: non si tratta di fare il verso alle Camere, noi abbiamo delle competenze che cerchiamo di esercitare». In questione era l'emendamento approvato dalla Camera sui limiti d’età per gli incarichi direttivi, detto «anti-Caselli» perché sbarrerebbe al procuratore generale di Torino l’accesso al vertice della Direzione nazionale antimafia, al posto di Pierluigi Vigna. Per Rognoni «ha ricadute piuttosto pesanti sull'organizzazione giudiziaria e il Csm ha titolo ad esprimere pareri su questa materia». Ma ormai, ha concluso, «credo che la pratica finisca qui».
E così è. «Il gesto compiuto - hanno affermato Nicola Buccico, Nino Marotta, Giorgio Spangher e Mariella Ventura Sarno - non è né strumentale né mascherato: si è trattato di una rivendicazione responsabile di lealtà nei principi costituzionali e di rispetto nel principio della separazione e dell’equilibrio dei poteri». Si è distinto Giuseppe Di Federico, ma solo perchè lui ha sempre lasciato l’aula di fronte ad «iniziative estranee alla competenza del Csm».
Critici gli 8 togati di Magistratura democratica e Movimento per la giustizia, le due correnti di sinistra delle toghe. «Nessuno - hanno affermato i consiglieri Ernesto Aghina, Paolo Arbasino, Giuliana Civinini, Giuseppe Fici, Luigi Marini, Francesco Menditto, Giuseppe Salmè e Giovanni Salvi - deve poter avere la disponibilità dei lavori del Consiglio attraverso l’uso strumentale del numero legale». I laici della maggioranza hanno replicato subito: «Nessuno può impancarsi a maestrino e classificare il senso istituzionale dei colleghi con il termometro di appartenenze corporative».
Anche il laico Ds Luigi Berlinguer (Ds) ha criticato i colleghi, accusandoli di aver inferto una «profonda ferita» al Consiglio. «Temo ora - ha aggiunto - una radicalizzazione preelettorale».