Csm, supercasta soddisfatta e rimborsata

Caro Granzotto, dopo aver letto il suo articolo riguardante la magistratura mi sono interessato a quella che lei definisce la testa del pesce, cioè al Consiglio superiore della magistratura. Da dove deriva la sua potenza e in buona sostanza che genere di «consiglio» è? Scusi la mia ignoranza, ma se ne parla sempre dando per scontato che tutti sappiano tutto.
Milano

Mi scuserà, caro Adami, se ho alleggerito la sua lettera delle altre otto questioni che, «visto che ci sono», mi pone. Concentriamoci sul Consiglio superiore della magistratura, la testa, che puzza, del sistema giudiziario. Le do subito una informazione, così comincia a farsene una idea: il Csm ha in uso 54 auto blu (e relativi 64 autisti). E sa quanti sono i membri del Csm? Ventiquattro. Mica male, eh? Gente che sa come trattarsi bene, quella stanziata a palazzo dei Marescialli. Pensi che per i soli viaggi all’estero dei suoi componenti il Csm sborsa un milione e 200mila euro. All’anno. Buono anche il mensile: 14mila e rotti euro per lavorare 15 giorni al mese. Paga arrotondata (raddoppiata) dal gettone - dai 150 ai 350 euro - intascato per ogni partecipazione al lavoro delle commissioni. Però, per paura che di lavoro s’ammazzino, non è loro concesso di partecipare a più di tre commissioni al giorno (due conti: 350 per 3 fa un migliaio di euro. Per 15, poi, ne fa 15mila e sette. Se li sommiamo al mensile, eccoci a quota 30mila). Il bello è che il tassametro scatta anche se il consigliere prende parte alle attività di una commissione non di sua competenza. Nel saggio di Stefano Livadiotti, Magistrati. L’ultracasta (Bompiani), libro che a leggerlo prima ti viene la pelle d’oca, poi vai ad accendere un cero a Santa Rita affinché propizi la riforma della giustizia, è riportata questa dichiarazione di Corrado Carnevale: «Dalla lettura dei verbali risulta spesso che il numero dei consiglieri esterno all’organismo riunito è superiore a quello degli interni. E che alcuni si trattengono per non più di dieci o quindici minuti». Quanto basta per farsi accreditare il gettone. Ah, dimenticavo: non paghi di quella barca di soldi, i consiglieri hanno anche preteso, poverelli, il rimborso dei pasti. Forse perché non è dignitoso arrivare a palazzo dei Marescialli con la «schiscetta», col gamellino contenente i rigatoni al sugo e la frittata con le cipolle.
Sempre megalomane e non solo quando si tratta di spendere, il Csm si autodefinisce l’organo di autogoverno della magistratura. Balle. Non governa un bel niente, ha solo voce in capitolo (articolo 105 della «Costituzione più bella del mondo») per ciò che riguarda le assunzioni, i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari di giudici e pubblici ministeri. Stop. Sorvolando sugli esami d’assunzione (99,6 per cento di idonei), eccole, caro Adami, due curiosità attinte sempre dal libro di Livadiotti. La prima riguarda le nomine: il Csm doveva destinare ventidue magistrati, su quarantotto in lizza, a svolgere le funzioni di consigliere della Cassazione. Nonostante ci provassero da sei mesi, i consiglieri non riuscivano però a mettersi d’accordo sui nomi. Alla fine tagliarono la testa al toro formando due «pacchetti», ciascuno sponsorizzato da una corrente della magistratura. E così, prescindendo dai meriti e dalle competenze dei singoli, il Csm votò i «pacchetti». A scatola chiusa. L’altra riguarda le sanzioni, con le quali il Csm è di manica extralarge. Tanto da assolvere perfino un giudice sorpreso a fare, nei gabinetti d’un cinema, certe porcherie a un minorenne. Venne dichiarato non punibile e dunque in diritto di svolgere le sue mansioni di giudice, perché tre anni prima della sozza vicenda il giudice aveva battuto la testa (craniata) e dunque «al momento del fatto» aveva agito «in istato di transeunte incapacità di intendere e di volere». Tutti di corsa da Santa Rita.