«Il Csm troppo tenero coi Pm che sbagliano Serve più autocritica»

Il presidente del Tribunale di Roma: alcune toghe troppo in tv. È finita la stagione delle ostilità con la politica

da Roma

Per vederci chiaro sulla questione delle intercettazioni, è corso a comprare l’ultimissimo aggiornamento del codice. Pagandolo di tasca propria, perché non ne ha trovati in ufficio e «non mi va di sottrarre risorse a cose più importanti». Da pochi mesi alla guida del Tribunale più grande d’Europa, quello di Roma, Paolo De Fiore è persona affabile e sobria, di vedute larghe e prive di paraocchi. Misurato nei toni e (persino) nei pensieri. Uomo non «per tutte le stagioni», si sarebbe detto un tempo. Questa che si è aperta, fondandosi sul buonsenso e la ragione, gli si confà. Lo ammette senza esitazioni, essendo reduce dal congresso dell’Anm. «Il clima è cambiato, tra magistratura e politica mi pare che finalmente non si avverta più ostilità, c’è il reciproco riconoscimento della buona fede d’intenti. Il desiderio di innovare nell’interesse del cittadino».
Ha lanciato un grido d’allarme sulla situazione del Tribunale, specie sulla sicurezza, gli organici, la lentezza dei processi.
«Questo è un mostro con otto sedi. In alcuni casi, una terra di nessuno dove chiunque può entrare, persino con borse e borsoni senza alcun controllo. Grazie alla collaborazione con il nuovo ministro delle Infrastrutture, presto riusciremo a mettere metal detector e telecamere».
Se la macchina non funziona, la politica avrà le sue colpe, ma anche i magistrati...
«Certo, un po’ d’autocritica non avrebbe guastato, la magistratura ha avuto le sue colpe. E molti di noi avvertono la grande responsabilità d’essere in un’oggettiva condizione di difficoltà. Dando spesso una risposta inefficiente alla giusta domanda di giustizia dei cittadini».
Alcuni magistrati sbagliano, studiano male le carte, lavorano poco. E magari non vengono puniti.
«Il Csm è stato talora troppo indulgente nel non reprimere comportamenti disciplinarmente rilevanti. Ma ora mi sembra che stia correndo ai ripari».
Alcuni giudici sono più in tivù che in Tribunale.
«Capita nell’attività inquirente, e la sovraesposizione mediatica deve essere scongiurata. Anche per questo, qui a Roma, ho istituito un ufficio stampa che canalizzi le informazioni all’esterno: si aiutano i giornalisti, ma nel contempo possiamo avere traccia delle fonti informative. Se i suoi colleghi ne approfittassero, rispetteremmo di più i diritti di garanzia ed eviteremmo il proliferare di certe talpe...».
Il governo promette il giro di vite sulle intercettazioni...
«Condivido quanto dice il ministro Guardasigilli, che si sta meritando l’apprezzamento generale. Spesso le intercettazioni sono invasive. Dobbiamo quindi stare attenti al bilanciamento tra il valore della privacy e l’interesse del cittadino a essere tutelato dalle malefatte, al suo bisogno di sicurezza: come si fa a indagare su un traffico di stupefacenti, senza intercettazioni? E credo che basterebbe innalzare un po’ il limite già previsto dal codice, per evitarne l’uso nei reati meno gravi».
Il problema maggiore è che poi finiscono sulla prima pagina dei giornali.
«È intollerabile, se riguardano soggetti non coinvolti o fatti non attinenti al reato perseguito. Penso che potremmo ridurne di molto la divulgazione, se la segretezza delle notizie fosse estesa al deposito degli atti previsto dopo l’esecuzione di un ordine di custodia cautelare. La norma dell’articolo 379 bis è di dubbia interpretazione e lascia aperti troppi spiragli. Infine, può essere giusto introdurre la distruzione delle intercettazioni alla fine del procedimento».
Tra i provvedimenti contestati dall’Anm c’è il reato di clandestinità. Obbrobrio giuridico?
«È previsto anche in altri Paesi, sia pure come illecito amministrativo. Quindi non credo alla sua incostituzionalità. Piuttosto temo che la sua applicazione sia difficile, e abbia poco senso quando non ci sono accordi bilaterali con i Paesi da cui provengono i clandestini. Siamo poi sicuri che costituisca un deterrente? Chi arriva in modo così avventuroso è un disperato, pronto a tutto. Si farebbe spaventare dall’esistenza del reato?».
Un altro assurdo è la reimmissione in libertà di chi ha commesso reati efferati, clandestini e no.
«Purtroppo accade. La mia idea molto personale è che si potrebbe limitare molto la discrezionalità del giudice, specificando il tipo di reati per i quali non è possibile concedere la libertà. Hai stuprato? Non esci, punto e basta».