«Il Csm va cambiato e il giudice che sbaglia adesso deve pagare»

da Roma

Secondo Emma Bonino, «lo scontro di questi giorni dimostra che sulla giustizia è ora di affrontare quelle riforme di fondo che noi radicali chiediamo da tempo». L’ex ministro del governo Prodi, oggi eletta nel Pd e vicepresidente del Senato, sfida maggioranza e opposizione a prendere finalmente di petto i nodi dell’emergenza giustizia italiana. E a mettere in agenda una vera e propria rivoluzione copernicana del sistema giudiziario.
Quali riforme, onorevole Bonino?
«Le direttrici sono note: abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, separazione delle carriere, responsabilità civile e professionale dei magistrati, riforma del sistema elettorale del Csm, ulteriore depenalizzazione dei reati minori, riforma del sistema penitenziario».
Per gran parte della magistratura e della sinistra, l’obbligatorietà dell’azione penale rappresenta un tabù. Come si supera?
«Nella realtà concreta, quel tabù è già bell'e caduto da tempo: è palese l'impossibilità materiale delle Procure di procedere per ogni singola notizia di reato! Proprio su questa tema noi radicali stiamo organizzando un convegno internazionale a fine settembre, a Roma, per confrontarci anche con le realtà dei tanti Paesi dove l’obbligatorietà non esiste. Ed è ora di riaprire anche il capitolo della responsabilità civile del magistrato che sbaglia. Bisognerà trovare il modo di garantire ai cittadini ingiustamente danneggiati un risarcimento integrale ed effettivo. Per esempio, introducendo un'assicurazione obbligatoria per i danni derivanti da responsabilità professionale, e citando direttamente il magistrato in giudizio al posto dello Stato, come avviene ora».
E la separazione delle carriere perché è necessaria?
«Perché si ottiene maggiore imparzialità, indipendenza e terzietà separando le funzioni del giudice da quelle del pubblico ministero. Per esempio, è paradossale che chi ha combattuto il crimine da una parte della barricata si trasformi improvvisamente nel garante imparziale di chi criminale potrebbe non essere, pur essendo indagato o imputato da un ex collega di funzioni».
Esiste un'anomalia italiana nell'uso delle intercettazioni telefoniche?
«Un conto sono le intercettazione come utile, e direi unico, strumento d'indagine, altro è la pubblicazione indiscriminata di materiale che spesso, tra l'altro, non riguarda persone indagate. D'altra parte, le intercettazioni non devono rimanere nella disponibilità solo di alcuni, diventando così strumento di ricatto politico. Sono anni che cerchiamo un punto di equilibrio tra queste diverse esigenze».
Voi avete criticato fin dall'inizio la scelta di Veltroni di allearsi con Tonino Di Pietro. Pensa che oggi il Pd si sia pentito?
«La nostra valutazione è arcinota e sono sicura che oggi molti nel Pd - magari persino Veltroni - sanno che negare l'apparentamento ai radicali e consentirlo a Di Pietro è stato un errore. Tragico».
I radicali sono sempre stati estremamente critici sull’abnorme ruolo politico assunto dal Csm. Come si affronta questo nodo?
«A parte il protagonismo di questi giorni, è da tempo che proponiamo una riforma del sistema elettorale del Csm. Oggi l'organo di autogoverno è come un parlamentino, diviso in correnti partitiche, che poco ha a che vedere con un esercizio indipendente e imparziale delle sue funzioni. Il referendum del 2000, promosso dai radicali, sul sistema di elezione del Csm, pur non raggiungendo il quorum, ha spinto il Parlamento ad introdurre il sistema maggioritario. Ma neanche questo mi sembra abbia intaccato il sistema "partitico" ancora fiorente».
Sul cosiddetto scudo processuale che metta al riparo le cariche dello Stato dall'interventismo giudiziario può aprirsi una riflessione con l'opposizione o per voi si tratta di un principio inaccettabile?
«Non è un principio inaccettabile, purché la misura serva a tutelare la funzione e non una persona determinata, come purtroppo oggettivamente sta accadendo in questi giorni».