Csm, verso l’intesa per Mancino Veto della Margherita su un ds

Un accordo bipartisan spiana la strada all’ex presidente del Senato. Bertinotti ottimista: «Ci sono le condizioni per un voto immediatamente efficace»

Gabriele Villa

Almeno una retromarcia l’hanno dovuta innestare. Colpa, o merito, a seconda dei punti di vista, di uno stop imposto loro dalla Margherita. E così i soliti Ds pigliatutto che tanto avrebbero voluto vedere sulla poltrona di vicepresidente del Csm Vincenzo Siniscalchi o in alternativa Augusto Barbera, si dovranno accontentare di Nicola Mancino.
A pochi giorni dal d-day - si voterà, infatti, martedì 4, a Camere riunite in seduta comune per eleggere i membri laici dell’organo di autogoverno della magistratura - la candidatura dell’ex presidente del Senato sembra decollare.
Di fatto la scelta di Mancino come presidente di garanzia rappresenta la «soluzione concordata» tra maggioranza e opposizione, tanto auspicata dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano anche in una lettera inviata avant’ieri ai presidenti di Camera e Senato. «Penso che ci siano tutte le condizioni perché il voto del Parlamento sia immediatamente un voto efficace» ha commentato il presidente della Camera Fausto Bertinotti «così da dare alla Corte costituzionale e al Csm completezza nella loro composizione».
Ma, come si accennava all’inizio, è la soluzione arrivata dopo un duro braccio di ferro all’interno dell’Unione, culminato con il veto della Margherita sulla doppia presidenza diessina (il presidente Napolitano, lo ricordiamo, è anche presidente del Csm) al vertice del Consiglio superiore della magistratura. Anche se qualcuno ha rilanciato in extremis il nome di Sergio Mattarella i giochi dunque sembrano fatti, considerato che tra l’altro la candidatura di Mancino andrebbe incontro alla benedizione di Franco Marini, che se lo era già trovato come avversario nella corsa alla poltrona più in vista di Palazzo Madama.
Strada spianata dunque per il settatancinquenne avvocato avellinese, in ossequio all’invito di Napolitano che proprio il vista delle votazioni per i componenti laici del Csm del 4 luglio e di quelle per scegliere il giudice costituzionale, in programma il giorno seguente, ha voluto ricordare ai capigruppo parlamentari «la necessità di poter contare su maggioranze qualificate, che impongono convergenze in grado di superare, come prescritto dalla legge, nello spirito della Costituzione, la linea di demarcazione tra maggioranza e opposizione».
Quanto al totonomine sui membri laici del Csm, va da sé che l’Unione ha prontamente respinto la richiesta della Casa delle Libertà di eleggere i componenti in modo paritetico, quattro per la maggioranza e quattro per l’opposizione, insistendo per un rapporto di forza 5 a 3. E così dei cinque membri in quota alla maggioranza, tre (fra questi Mattarella e Mancino, appunto) andranno all’Ulivo, uno a Rifondazione Comunista (si fanno i nomi del professore perugino Salvatore Vitale e di Tamara Pitch) e il rimanente se lo dovranno giocare fino all’ultimo colpo, l’Italia dei Valori e l’Udeur. Dal fronte della Cdl si fanno invece i nomi di Guido Ziccone, vicepresidente della commissione Giustizia in Senato, per Forza Italia, Gianfranco Anedda per Alleanza Nazionale e dell’ex senatore Ugo Bergamo, sostenuto dall’Udc.