Il ct merita le critiche non le condanne

Incorreggibili questi critici (italiani) di calcio. Nel giudicare la nazionale campione del mondo passata sotto la guida di Roberto Donadoni, continuano a farsi orientare dalla bussola del risultato (si vince? bel tempo; si pareggia? piove; si perde? c’è il diluvio universale) e a trascurare fattori di rischio e palesi difficoltà ambientali. L’1 a 1 rimediato al cospetto della Lituania (i baltici ci hanno maltrattato anche nel basket, nello sport ci sanno fare) è un colpo sotto la cintura, può complicare le sorti di un girone reso già incerto dalla presenza di tre forze, Italia, Francia e Ucraina appunto, prende a martellate l’entusiasmo contagioso di Napoli e dei napoletani. C’è il rischio che l’effetto Berlino si affievolisca di partita in partita, di delusione in delusione. Sul punto siamo tutti d’accordo. Nel merito sono indispensabili alcuni distinguo. L’Italia ha mostrato per venti minuti la corda rispetto alla corsa sciolta della Lituania: conseguenza diretta di una ritardata partenza del nostro torneo. Molti campioni sono rimasti sotto l’ombrellone o a casa. Altre nazionali, per esempio la Francia, a parte la consistenza dell’avversario incrociato (la Georgia), ha richiamato subito alle armi i migliori esponenti.
Secondo punto: l’Italia di Donadoni, rimessa in moto dal talento di Cassano, ha mostrato almeno mezz’ora di calcio efficace e di buon livello. Ha raggiunto il pari, ha sfiorato più volte il 2 a 1, ha sprecato oltre ogni lecita attesa. Non ha avuto fortuna. Un portiere sconosciuto ha fatto almeno tre miracoli, un paio di tacchetti teleguidati hanno frenato sulla linea la palla di Gilardino. Il calcio a volte toglie, a volte restituisce.
Terzo punto: le sostituzioni di Donadoni. Sono apparse discutibili, molto discutibili. Il ct ha allargato il gruppo alle famose ali e ne ha utilizzata, in corsa, una sola, Marchionni che non ha lo spunto né il fisico per forzare il blocco di difese così dotate. Perrotta è utilissimo solo se può aprire il proprio serramanico nel cuore del gioco. Infine lo schieramento finale ha ricordato certi disperati assalti (quattro punte in un imbuto) che sanno molto di provincia e poco di calcio internazionale. Peccati, d’accordo, ma non sfondoni tali da suggerire un cambio in corsa del ct, via.
È lecita la censura, il catastrofismo (siamo già fuori dall’europeo) diventa un giochino perverso. Non siamo mai stati, neanche nei giorni di Duisburg, il miglior calcio del mondo. Siamo diventati i campioni del mondo. E tenerlo a mente è forse un atto di onestà nei confronti di Donadoni, ma anche del suo predecessore.