A Cuba finisce l'era di Fidel Castro

Dopo 49 anni il lìder maximo rinuncia alla carica di capo dello Stato e cede il potere al fratello Raul. L'annuncio sul sito del quotidiano di regime Granma. Bush: "Ora deve vincere la democrazia"

Washington - I tiranni, di solito, se ne vanno d'un pezzo solo: abbattuti o uccisi oppure morti nel proprio letto con tutti gli apparati e gli onori del potere fino all'ultimo in un pugno che ha perso la sua presa. Nel primo caso è quasi inevitabile uno scrollone in qualche modo armato, nel secondo sono maggiori le possibilità di una transizione relativamente pacifica dalla dittatura a qualcosa di simile a una democrazia. Il dittatore cubano Fidel Castro, 81 anni, ha respinto entrambi i modelli: se ne va a tappe. Ha cominciato diciannove mesi fa quando, travolto dalla malattia, ha trasmesso «provvisoriamente» i poteri al fratello Raul, 76 anni. Ha compiuto quello che in una situazione normale si definirebbe l'ultimo passo, almeno volontario, con l'annuncio che ha dato ieri: rinuncerà anche alle cariche formali di capo dello Stato e di comandante supremo delle Forze armate.

Fidel lo ha detto in una forma démodé: senza comparire in tv, senza convocare adunate o "convegni": dettandolo a Granma, organo ufficiale del Partito comunista in occasione della imminente riunione dell'Assemblea nazionale. «Non sono candidato a presidente del Consiglio di Stato e di Comandante in capo e non accetterò queste cariche se verrò rieletto». Una formula, è curioso, ricalcata su quella di un leader militare e politico degli Stati Uniti della seconda metà del XIX secolo, il generale Sherman, e che in America da allora si chiama "the Sherman Statement".

È solo una curiosità: Castro esce di scena perché gravemente malato e lo ha ripetuto nell'annuncio: le cariche che lascia «richiedono capacità di movimento e dedizione totale, due cose che io non sono in grado di offrire». Ha aggiunto però che non intende lasciare la vita politica per ritirarsi a vita privata. Ha promesso, invece, di «continuare a far udire la propria voce» su Granma redigendo una rubrica dal titolo "Riflessioni del compagno Fidel".

Il potere è già passato di mano da un anno e mezzo senza troppi scossoni e ora si troverà anche formalmente nelle mani di Castro jr., se così si può chiamare un settantaseienne. Raul si è mosso nel tempo dell'interim con molta cautela, compiendo qualche gesto che potrebbe indicare una volontà di liberalizzazione principalmente ma non unicamente economica e riaffermando nel contempo che il vero potere all'Avana nel dopo Fidel non apparterrà a lui ma al Partito; linguaggio della più stretta ortodossia sovietica, ma ogni accenno diretto o indiretto alla Russia può con altrettanta e forse maggiore probabilità indicare intenzioni riformiste.

Più delle misure annunciate e da annunciare è centrale adesso la domanda come si articoleranno le strutture del potere al di là dell'ovvio accenno di Fidel ai giovani, «quelli che erano bambini negli anni della Rivoluzione». E che dunque tanto bambini non sono perché la Rivoluzione Cubana toccò il suo culmine quarantanove anni fa con la conquista di tutto il potere all'Avana. Gli interrogativi sono in realtà due: con che velocità (chiamiamola pure audacia) verranno condotti gli esperimenti di disgelo all'interno e quale ruolo Cuba assumerà sulla scena internazionale.

Pochi anni fa era previsione comune che non ci sarebbe stato futuro per un regime screditato di un Paese rovinato dal comunismo. Oggi potrebbe essere diverso: il castrismo non è più solamente un fossile. Ha resistito al crollo planetario dell'ideologia ed è stato ultimamente in qualche modo rilanciato. Non in patria ma nel resto dell'America Latina. Forse il successore di Fidel c'è già. Abita a Caracas e non è l'obiettivo di un embargo ma potrebbe un giorno proclamarne uno, unto di petrolio.