La Cuba perduta di Andy Garcia

Stenio Solinas

nostro inviato a Parigi

Salma, la prostituta protagonista di Los Palacios distantes del grande scrittore cubano Abilio Estévez, sogna di fare l'attrice, vincere l'Oscar, essere la fidanzata di Andy Garcia. «Spero che tu conosca il mio fidanzato Andy Garcia, un grande attore, è nato a Bejucal, credo, e adesso è una superstar a Beverly Hills». Il romanzo uscì in Spagna quattro anni fa (in Italia l'editore Adelphi lo manda in libreria in questi giorni, I Palazzi distanti, 278 pagine, 18 euro), proprio quando Guillermo Cabrera Infante, un altro classico della narrativa cubana, consegnò a Andy Garcia la sceneggiatura finale di The Lost City, il film che l'attore voleva fare da almeno vent'anni, una specie di Havana-Casablanca: amore, musica, tradimento e morte fra una Cuba che passa, quella di Fulgencio Batista, e una Cuba che arriva, quella di Fidel Castro. Estévez, Cabrera Infante e Garcia non hanno in comune solo l'essere cubani e l'esser dovuti andare via da Cuba: il primo dopo aver scritto, appunto, Los Palacios distantes, Garcia quando era ancora un bambino, dopo che il castrismo nazionalizzò le piantagioni del padre, il terzo alla metà degli anni Sessanta, dopo che la censura gli chiuse il settimanale Lunes de Revolución di cui era direttore. Identico è anche quel misto di nostalgia e amarezza, sentimento e disincanto, amore e rabbia grazie al quale nel tempo l'Avana e Cuba si sono trasformate da città e isola in categorie dello spirito. «Cuba lontana, come devi essere orribile» scriverà Cabrera Infante prima di morire. «Una città bombardata che aspetta solo uno scroscio di pioggia per disfarsi, una città sontuosa ed eterna, eretta come lascito a future immortalità» la definisce Estévez nel suo romanzo. La città perduta la chiama Garcia nel film che dopo aver tanto sognato ha finalmente interpretato, diretto e prodotto.
In prima europea The Lost City è approdato qui a Parigi, ribattezzato Adieu Cuba, e la concomitanza con la malattia di Castro e le relative speculazioni sul futuro politico della sua creazione hanno dato il via alle polemiche. C'è troppa musica e poca politica hanno detto i critici, troppa nostalgia e poca ideologia, troppo sentimento e poca storia. Le accuse, singolarmente, riecheggiano ciò che, nella finzione cinematografica, un ironico e sprezzante Che Guevara dice a Fico Fellove, rampollo di una famiglia agiata e direttore-proprietario di un night-club. «Nella rivoluzione non c'è spazio per i musicisti». Mezzo secolo dopo, e con una rivoluzione divenuta regime, lo spazio continua a non esserci.
Girato nella Repubblica Dominicana, con un cast di tutto rispetto (oltre a Andy Garcia, Inés Sastre, Bill Murray, Dustin Hoffman, Tomas Milian, Nestor Carbonell, Enrique Murciano) Adieu Cuba racconta la storia della famiglia Fellove a partire dall'ultimo anno di Batista. Il vecchio Fellove è un professore universitario di idee liberali che vuole mandare a casa il dittatore per le vie legali, due dei suoi figli, Luis e Ricardo, vogliono fare altrettanto, ma il primo con la forza, per poi ristabilire i partiti e la democrazia parlamentare, il secondo con gli stessi metodi, ma per instaurare la rivoluzione e il castrismo. Solo Fico, il fratello maggiore, cerca di rimanere estraneo a ciò che gli succede intorno: detesta Batista, ma diffida di Castro, la violenza gli fa orrore, ma la politica non lo appassiona, la teme, anzi, perché comporta scelte in nome degli schieramenti e non delle amicizie. Gli eventi in qualche modo gli daranno ragione. Luis verrà ucciso dopo un fallito attacco al palazzo presidenziale, Ricardo si ucciderà dopo che l'intransigenza rivoluzionaria lo avrà messo contro la sua stessa famiglia, il patriarca perderà la sua cattedra e il suo ruolo di intellettuale borghese illuminato, Fico il suo locale e l'amore per la cognata Aurora (Inés Sastre), la moglie di Luis, proclamata da Fidel «Vedova della Rivoluzione» anche se il marito era morto per dare a Cuba un futuro diverso da quello che gli sta dando lui.
Uno dei pregi maggiori del film sta nel far vedere la Cuba precastrista con le sue luci e le sue ombre, la spietatezza del regime, la longa manus della mafia americana (il cammeo del malavitoso Meyer Lansky è di Dustin Hoffman), ma anche la ricchezza della vita culturale e artistica, il buon tenore delle infrastrutture sociali, l'esistenza di una borghesia intellettuale impegnata. Un altro è l'elemento musicale, le canzoni di Pablo Milanes, di Freddy e di Carlos Varela, i tanghi e i boleri, la sontuosa colonna sonora che fa tutt'uno con la nostalgia, il ricordo, un modo di vivere, la città del cuore e la città nel cuore.
Su Bill Murray, Cabrera Infante sceneggiatore aveva ritagliato un po' se stesso, ovvero quel misto di ironia e distacco, quel saper cogliere il ridicolo che si nasconde dietro la retorica e il trionfalismo, che gli erano propri. Nel film il castrismo non viene demonizzato, ma con pochi tratti è raccontato quel voler cambiare l'uomo, la società, il mondo, sacrificando se è il caso tutto nel nome di un'idea, che è poi l'anticamera della dittatura più bieca allorché l'unica idea che resta in piedi è quella del mantenimento del potere. In una scena del film, a un Fico Fellove che, arrabbiato e attonito, chiede perché si debba togliere il sax dall'orchestra, la miliziana castrista risponde: «È uno strumento controrivoluzionario». «Ma perché controrivoluzionario? È uno strumento a fiato, ideato da un belga nel 1840, il signor Sax!». «Appunto, guarda quello che i colonialisti belgi hanno fatto nel Congo». Quando le rivoluzioni mettono bocca anche nel sassofono, già si capisce come andranno a finire.