«Cucchi ucciso dalla droga». Bufera su Giovanardi

RomaFanno esplodere le polemiche, le frasi di Carlo Giovanardi: «Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto - e la verità verrà fuori - soprattutto perché pesava 42 chili». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, alla trasmissione mattutina di Radio 24, sostiene che «la droga ha devastato la sua vita, era anoressico e tossicodipendente». Che bisogna vedere «come i medici l’hanno curato», visto che in 5 giorni è «peggiorato». E conclude: «Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, zombie: è la droga che li riduce così».
Contro Giovanardi insorgono la famiglia del detenuto morto il 22 ottobre, in circostanze ancora oscure, all’ospedale Sandro Pertini di Roma e parlamentari del Pd, dell’Idv, del Pdc, dell’Udc, radicali, verdi e socialisti. C’è chi chiede di smentire, chi pretende o le scuse o le dimissioni, chi vuole l’intervento del premier Silvio Berlusconi. Anche tra gli esponenti della maggioranza c’è chi definisce quello di Giovanardi uno «scivolone», come l’ex radicale oggi nel Pdl Benedetto Della Vedova.
Dichiarazioni «inqualificabili», protesta Livia Turco del Pd. «Crudeli», aggiunge Vittoria Franco. «Ipocrite, agghiaccianti», le definisce Felice Belisario dell’Idv. E Massimo Donadi dice: «Si dovrebbe vergognare delle sue affermazioni, palesemente false. Si deve dimettere». Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, si augura che «smentisca o rettifichi le incredibili e disumane frasi attribuitegli; in caso contrario, credo che sia compito del presidente del Consiglio intervenire».
Parole che «si commentano da sole», per il padre del giovane, Giovanni Cucchi. «La famiglia - dice - è sempre in attesa di giustizia. Che Stefano aveva dei problemi non lo abbiamo mai negato, ma non per questo doveva morire così».
Sotto tiro, il sottosegretario interviene ancora, per spiegare meglio il suo pensiero. Esprime solidarietà alla famiglia e sottolinea che nella tragica fine di Cucchi finora di certo c’è che «nei giorni della degenza ospedaliera si è permesso che arrivasse alla morte nelle terribili condizioni che le foto testimoniano». Ma insiste che «la droga ha svolto un ruolo determinante, perché è stata la causa della fragilità di Stefano, anoressico, tossicodipendente e soggetto a crisi di epilessia (secondo le sue dichiarazioni)». Per Giovanardi proprio per le sue patologie i medici non dovevano «prendere per oro colato le sue presunte volontà». I familiari, dunque, hanno ragione a denunciare di non averlo potuto vedere, né di avere avuto informazioni sulla sua salute. Il nodo, per Giovanardi, è: «La volontà di Stefano, in quelle condizioni, era davvero così chiara?».
Il sottosegretario, insomma, sposta l’attenzione dalle forze dell’ordine ai medici, dal presunto pestaggio alle cure fatte in ospedale a Cucchi, che rifiutò di sottoporsi ad alcuni esami, respinse l’alimentazione forzata e, sembra, negò l’autorizzazione ad informare i familiari. L’intera cartella clinica è ora su vari siti internet, con l’autorizzazione della famiglia Cucchi e dell’Autorità garante della privacy. E da queste carte, secondo la sorella di Stefano, Ilaria, «emerge il motivo perché rifiutava di alimentarsi, di bere, le cure: protestava perché voleva vedere il suo avvocato e l’operatrice del Ceis (la comunità di Don Picchi, dov’era stato 3 anni, ndr) cui era molto legato». Questo dimostra che «è stato lasciato morire e gli sono stati negati fondamentali diritti». Quanto alle notizie, Ilaria dice: «Esiste un documento non firmato. Dov’era il diniego di dare informazioni alla famiglia quindi?».