Da Cuccia a Briatore: la metamorfosi del potere

Cefis aveva persino un ufficio supersegreto e metteva microfoni ovunque: dai bagni agli ascensori

In giro, Enrico Cuccia lo si vedeva davvero poco. Mezz'ora la mattina, giusto il tempo di bere un caffè da Taveggia, la pasticceria sotto casa, e raggiungere via Filodrammatici dopo aver percorso a testa bassa e passo svelto corso Vittorio Emanuele, per poi attraversare piazza della Scala e scomparire tra i portici del teatro. Il suo codice di comportamento non ammetteva contatti con il mondo esterno, meno che mai con chi lo avvicinava intenzionato a carpirgli i segreti del suo lavoro.
Eugenio Cefis invece lo si vedeva più spesso, durante gli spostamenti tra i suoi due uffici milanesi: quello di rappresentanza in Foro Bonaparte, sede della Montedison, e quello privato in via Chiossetto, nelle vicinanze di San Babila. Pare ne esistesse anche un terzo, supersegreto, dove lui incontrava i politici. Al presidente del gruppo orgoglio della chimica privata questa moltiplicazione dei luoghi faceva provare l'ebbrezza dell'ubiquità, ma soprattutto placava il timore di essere spiato, certo com'era che ci fossero sempre occhi furtivi a seguirne le mosse.
Da chi ti spia ci si difende spiando. Così il campione della razza padrona aveva messo microfoni dappertutto, persino nei bagni, negli ascensori e nelle automobili di servizio. L'ottocentesco palazzo della società, a poche centinaia di metri da piazzale Cadorna, dietro l'austera facciata disegnata da Enrico Combi nascondeva apparati di sicurezza e controllo degni del Kgb. Come Cuccia, neanche lui parlava, men che meno con i giornali che spedivano i loro cronisti a fargli la posta. Ma nel suo caso il silenzio, più che una religione, era soprattutto una precauzione, nella lucida consapevolezza che in questo paese chi si occupa di chimica corre il serio rischio di finire male. Cuccia e Cefis sono stati i due più grandi uomini di potere che l'economia italiana abbia mai avuto. Lo sono stati in un'epoca in cui il loro era considerato un mondo a parte
L’avvocato narciso

C'è un terzo uomo di potere che andrebbe citato, anche se dopo la sua morte, con il coraggio di chi non ha più niente da perdere, l'attribuzione alla categoria è diventata oggetto di revisionismo, ed è Gianni Agnelli. Tutt'altra personalità rispetto agli altri due, addirittura agli antipodi: regale, introverso, seducente, un narciso malinconico, annoiato, e un viso solcato da profonde rughe. Agnelli era «leggero» per natura, aveva sempre l'aria di uno che capita lì per caso e sta pensando ad altro. Talvolta, sembrava lo facesse apposta. Al punto di indurre il sospetto che molto del suo personaggio fosse sapientemente studiato a tavolino, e magari provato la mattina davanti allo specchio, quando il maggiordomo Brunetto lo aiutava a infilarsi la giacca, mentre lui se ne stava al telefono con uno dei suoi spifferatori di frivolezze che tanto lo divertivano(...). Per non parlare degli inconfondibili vezzi di Agnelli che, con terminologia orribile ma moderna, facevano subito tendenza: gli scarponcini Tod's a corredo di un vestito impeccabile, l'orologio allacciato sopra il polsino della camicia, il nodo della cravatta sapientemente allentato. Nonché l'inconfondibile erre moscia, blasonato e straimitato tratto distintivo, tanto che l'arrotamento a volte sembrava persino forzato. Oggi lo si ritrova pari pari nel nipote Lapo Elkann: a chiudere gli occhi - ma guai ad aprirli - sembra di riascoltare Gianni da giovane .
A differenza di Cuccia e Cefis, insomma, Agnelli aveva un'immagine pubblica, e di ciò si compiaceva. E rispetto agli altri protagonisti, nel suo universo occupava uno spazio di rilievo la presenza femminile. Uno spazio rigorosamente privato, che gli addetti del suo entourage contribuivano a conservare tale, passando periodicamente al setaccio le agenzie fotografiche per ripulirle di ciò che sarebbe risultato assai sconveniente pubblicare. In modo da preservare il decoro della casa e il cuore infranto della moglie Marella che, raccontano le amiche, lo ha amato di autentica estasiata passione fin sul letto di morte.
Il pettine di Pesenti

Aggiungiamo a questa trinità anche un quarto uomo potente che, almeno tra la metà degli anni '70 e la fine degli anni '80, poteva a buon diritto fregiarsi dell'attribuzione. Carlo De Benedetti, all'apice del successo, mostrava una sostenuta consapevolezza del suo rango, anche se interpretava il ruolo con uno stile più laico e moderno. Con riferimento all'Avvocato, vezzosamente osservava: «Io sono un borghese, lui è il re», e lo diceva con il tono allusivo del rivoluzionario che si prepara in segreto a conquistare la Bastiglia. E la sua Bastiglia era la Fiat, sulla quale, a inizio carriera, ebbe il comando per cento giorni, prima di litigare con gli Agnelli e soprattutto con Cesare Romiti, suo storico antagonista. Se ne andò sbattendo la porta, dopo aver accarezzato, ma sempre pubblicamente smentito, il proposito di diventarne il padrone. L'Ingegnere ha realizzato solo in minima parte ciò che si era ripromesso, forse perché aveva puntato troppo in alto, forse perché tradito da un carattere poco incline a mediare. Ma all'alba dei 70 anni è ancora lì che si difende, dispensando da dietro le quinte giudizi e consigli con la baldanza dei tempi andati, e con l'ambizione di pesare, attraverso i suoi giornali, nel gran gioco della politica che disprezza ma lo avvince. Avrebbe potuto cadere rovinosamente, invece è invecchiato bene, che è sempre un gran merito. Si è risposato, ironia della sorte, con Silvia Monti, avvenente signora con un passato d'attrice, forse l'unica che fece perdere davvero la testa all'Avvocato, e ha raggiunto un'invidiabile serenità.
Cuccia e Cefis erano inaccessibili. Agnelli un po' meno, vivendo in un mondo a parte che ogni tanto, bontà sua, incrociava per pochi attimi quello reale. De Benedetti, all'apice della gloria, camminava sulle acque come Gesù sul lago di Tiberiade, e non era facile avvicinarlo. L'inaccessibilità era il denominatore comune ricorrente di una schiatta di potenti in cui spiccano i nomi di cui abbiamo sin qui parlato. Ma inaccessibili erano anche molti illustri loro comprimari. L'accidioso Leopoldo Pirelli portava una maschera di disincanto perennemente dipinta sul volto, come se la vita, proprio quella che gli era toccata come erede e capo di una grande azienda, fosse quasi una pena da espiare. Luigi Orlando, il taciturno re del rame con gli uffici nel bel palazzo rinascimentale di Borgo Pinti a Firenze, era davvero un grande: aveva intessuto alleanze importanti prima che la dinastia andasse a rotoli per la troppa smania di crescere. Anche Giampiero Pesenti, forse per timidezza, raramente si faceva avvicinare. Una volta, a una drammatica assemblea della Gemina, in cui si doveva decidere cosa fare dopo che nelle sue casse si era scoperto un buco da centinaia di miliardi, prima di farsi intervistare dal telegiornale tirò fuori dal taschino un pettine per ravviarsi i pochi capelli, con un gesto di disarmante, quasi crepuscolare, semplicità. Chi mai poteva immaginare dei potenti con un pettine nel taschino della giacca, come un qualsiasi agente d'assicurazioni?
Non voglio sostenere che l'inaccessibilità fosse di per sé un valore positivo. Più realisticamente, era il portato di un'oligarchia che mirava a preservare una distanza dal resto della società, per due motivi essenziali: perché non tollerava intrusioni che ne svelassero riti, splendori e nefandezze, e perché la condivisione del potere esponeva i suoi detentori al rischio di perderlo.
Rispetto anche a solo dieci anni fa, i capitalisti di oggi mettono in piazza se stessi e le loro faccende come se fosse la cosa più naturale del mondo, con una disinvoltura che spesso rasenta l'ingenuità o la dabbenaggine. Si compiacciono nel farsi fotografare alle feste mondane, a teatro o a bordo delle loro barche in gaudente compagnia. E di fronte alla lusinga della foto di copertina di un settimanale, perdono ogni ritegno.
Effetto geometra

Molti di loro si sono ormai «briatorizzati», sono stati contagiati dal modello interpretato da quel simpatico e improbabile personaggio che è Flavio Briatore, geometra di Cuneo divenuto emblema dell'eccesso e insieme dell'accesso. Emblema, cioè, di come sia diventato facile anche per un comune mortale frequentare luoghi e ambienti vip, in cui lui, assieme ad altri del bel mondo, recita il ruolo di anfitrione spacciando per autentico ciò che dall'inizio alla fine odora di artefatto (....)
Risultato: mentre una volta l'élite frequentava percorsi e luoghi riservati, adesso la contaminazione è pressoché totale. Specie negli spazi dedicati all'evasione e al divertimento. Se la Costa Smeralda, Cortina o le piazzette di Portofino e di Capri erano luoghi frequentati da pochi eletti, ora vi si può incontrare il non ancora baciato dalla notorietà che sorseggia un caffè a un tavolino accanto a quello di Montezemolo, di Marco Tronchetti Provera o Diego Della Valle. La simbiosi tra mondi che prima si ignoravano dà origine a una pittoresca uniformità di stili e di approcci. Da genere esclusivo, il potere si fa generone, mutuando nell'esibizione di sé modelli televisivi. Poco male se finisce col perdere quei connotati che contribuivano a costruirne aura e spessore, visto che nessuno più attribuisce alla distanza, al riserbo e alla sobrietà il contrassegno di un valore che è venuto meno, nel momento in cui il sistema è diventato autoreferenziale. E trova nel continuo parlarsi addosso la linfa cui alimentarsi. Così, nel dilagare di feste e ricevimenti in cui i potenti celebrano la propria sostenibile leggerezza, capita che il nerovestito banchiere si ritrovi a tavola con la popputa concorrente del Grande Fratello o della Fattoria, il serioso amministratore delegato con la scosciata velina. La cornice è quella del contenitore dove si mescolano alto e basso, intellettuali e ballerine, riflessione e facezia. E dove a scendere, naturalmente, è il livello alto. Se infatti è fortemente improbabile che una velina diventi amministratore delegato o banchiere, per questi ultimi la metamorfosi all'incontrario, ovvero il «velinizzarsi», è un rischio tutt'altro che remoto. La commistione più evidente, e ormai immune da ogni remora morale è quella tra il denaro e il sesso. Né vale più la distinzione tra nobili e cortigiani. Tutti sono (siamo?) cortigiani, alla corte del sovrano più potente che mai abbia regnato sulla Terra: il Mercato.