Cuccia, l'abusivo dei nostri tempi

Nel centenario della nascita di Enrico Cuccia Mediobanca ha voluto pubblicare le sue relazioni ai bilanci dei primi trentacinqueanni (1943-1982) di vita dell’Istituto. Uno spaccato di valutazioni sui problemi aziendali, sulle politiche fiscali, sul mercato del risparmio con le sue opportunità e i suoi rischi e sulla politica economica del Paese. Sono trascorsi sette anni dalla sua morte (giugno 2000) eppure quando si parla di Enrico Cuccia si avverte ancora nell’aria quel rispetto reverenziale che ha caratterizzato tutta la sua vita professionale.

Una vita di riservatezza, di grandi intuizioni, di chiusure, e, come ogni vita vissuta, piena zeppa di cose buone e di altre meno buone. Tentare di capire l’idea di fondo di Enrico Cuccia nella guida della sua Mediobanca è comprendere un pezzo importante della storia patria. Per farlo bisogna evitare un errore che molti opinionisti fanno e cioè quello di collocare l’azione di Cuccia fuori dal suo contesto storico. Un errore che facilmente farebbe intravedere un Cuccia che frena ogni progresso, nemico di ogni forma di concorrenza e custode solo del capitalismo familiare. Un’analisi approssimativa questa funzionale solo alle opinioni di chi oggi scrive e ieri ha taciuto. Enrico Cuccia fu un uomo del suo tempo con i suoi vizi e le sue virtù e fu per la grande impresa privata ciò che le partecipazioni statali furono per la grande impresa pubblica.

Senza Cuccia, tanto per intenderci, l’Italia avrebbe da tempo perso la Fiat, la più grande impresa manifatturiera del Paese e molte altre sarebbero entrate in una crisi irreversibile. Quando alla fine degli anni Novanta l'avvocato Agnelli avrebbe volentieri venduto la grande azienda torinese, fu proprio Enrico Cuccia a raffreddare quell’ansia e quella fretta che portarono poi a quella vendita differita della Fiat alla General Motors nel 2000, recuperata qualche anno dopo con l'arrivo di Marchionne. Cuccia, insomma, comprese per tempo il ruolo di un istituto di credito a medio e lungo termine per lo sviluppo delle grandi aziende del Nord tra cui Pirelli, Pesenti, Orlando, Lucchini e via via tantissime altre in una stagione in cui non c'era libera circolazione dei capitali e il mercato finanziario non aveva strumenti per una moderna governance. L’azione di Cuccia fu possibile perché aveva alle spalle un grande accordo tra il vecchio Partito d’Azione e la Democrazia cristiana. Quando nello scontro tra la Dc e il fronte popolare il Partito d'Azione si sciolse, la grande borghesia azionista tramite Cuccia ebbe un’area di interessi riservata riferibile proprio a Mediobanca, alle due banche milanesi dell'Iri, Comit e Credit, e alla Banca d'Italia i cui governatori finirono per essere sempre rappresentanti di quell’area culturale e politica (Fazio fu un’eccezione e si è visto come è finita). I garanti di quell'intesa erano il vecchio Ugo La Malfa e i maggiori leader democristiani.

Quando Aldo Moro fu ucciso e La Malfa morì, Enrico Cuccia subito avviò quell’offensiva politica che portò poi alla privatizzazione di Mediobanca, unico strumento per mettere al riparo la sua autonomia. Insomma nella visione di Cuccia, politica ed economia erano due forze che dovevano rimanere distinte ma che potevano e dovevano collaborare senza che questo lo spingesse mai a immaginare che il potere economico poteva diventare potere politico come purtroppo è accaduto in questi anni di declino del Paese. Alla stessa maniera lungimirante fu la sua scelta di mantenere in Mediobanca il primato del management contro i tentativi di invasione degli azionisti. Dopo la sua morte è accaduto l’esatto contrario e Mediobanca sta cambiando pericolosamente pelle con la crescita di poderosi conflitti di interessi. Nessuno dimentica, naturalmente, il silenzioso assenso di Cuccia alla sciagurata tesi di quella parte della borghesia azionista che nei primi anni Novanta scelse l’alleanza con il vecchio Pci di Achille Occhetto, immaginando così di poter governare il Paese.

Le macerie prodotte da quella iniziativa sono sotto gli occhi di tutti e negli incontri avuti negli ultimi suoi due anni di vita con chi scrive, Cuccia ebbe il coraggio di denunciare e di fare ammenda per gli errori di quella scelta. Ormai però, ci diceva, io sono un abusivo su questa terra. In questa sua battuta c’era tutto lo spirito di un uomo che aveva del potere un senso alto, spesso autoreferenziale ma rigoroso, inteso come servizio e sempre lontano dagli abbagli delle facili ricchezze e dalla tentazione di controllo ferreo sui grandi organi di informazione. L’esatto contrario del nostro tempo.